JANKÉLÉVITCH: PARDONNER?
Le pardon est mort
dans les camps de la mort

Ritorno sul tema del perdono, che ho già affrontato una decina di giorni fa sulle pagine di questo blog con espliciti rimandi all’opera di Derrida, Pardonner.
In questa nuova riflessione mi affido, invece, a Vladimir Vladimir Jankélévitch (1903-1985), che alcune decine di anni prima di Derrida ha argomentato sulla stessa questione con due saggi: Le pardone (1967) e Pardonner? (1971). Entrambi i testi sono stato tradotti in italiano.
Mi soffermo soprattutto sul secondo saggio Pardonner?, che si differenzia dal titolo dello scritto di Derrida da un punto interrogativo, molto espressivo, perché anticipa già la posizione di Jankélévitch riguardo al perdono.
Tra le citazioni riportate in prima pagina, c’è questo versetto di una poesia di Paul Éluard che la dice lunga sull’orientamento di Jankélévitch: «Il n’y a pas de salut sur la terre. Tant que l’on peut pardonner aux bourreaux» (Non vi è salvezza sulla terra, finché si può perdonare ai carnefici).

Jankélévitch, nato in una famiglia di ebrei di origine russa immigrati in Francia, invita il lettore a riflettere su ciò che è stato Auschwitz: un crimine contro l’umanità che non ha pari nella storia. È possibile un puro perdono completamente gratuito, senza secondi fini? Nel saggio del 1967 Jankélévitch aveva scritto che mancano le condizioni fondamentali perché possa essere esteso il perdono ai carnefici. Il perdono si gioca in una relazione personale con qualcuno. In altre parole, il vero perdono non può essere esercitato per gli altri (la vittima scomparsa) o da altri (un rappresentante o un discendente del carnefice). Ha senso solo quando l’autore del reato e l’offeso, la vittima e il carnefice sono ancora vivi. Questa tesi invalida la proroga indefinita del perdono per atti commessi in passato e i cui protagonisti sono scomparsi.

Nelle prime pagine di Perdonare? Jankélévitch scrive: «Sono passati anni da quando l’ultima infornata di sventurati è entrata nuda nelle camere a gas, spinta dai cani e dalle guardie. Da guardie peggiori dei loro cani. Perché questo è stato possibile. Questo crimine senza nome è un crimine veramente infinito il cui orrore aumenta più che lo si analizza […]. Ciò che è accaduto è alla lettera inespiabile». E un po’ più avanti, rovesciando la celebra frase di Gesù sulla croce, Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno, Jankélévitch dice: «Diremmo volentieri, capovolgendo i termini di Gesù della preghiera che Gesù rivolge a Dio nel Vangelo secondo Luca: Signore, non perdonare loro, perché sanno quello che fanno».
Che un popolo come quello tedesco «sia potuto diventare questo popolo di cani arrabbiati, ecco un motivo inesauribile di perplessità e di stupore. Ci sarà rimproverato di paragonare questi malfattori a dei cani? Lo ammetto: il paragone è ingiurioso per i cani. Dei cani non avrebbero inventato i forni crematori, né pensato a fare delle punture di fenolo nel cuore dei bambini».

Ma poi – si domanda Jankélévitch – ci hanno mai chiesto perdono? «L’oblio sarebbe un grave insulto nei confronti di coloro che sono morti nei campi, e la cui cenere è mescolata per sempre con la terra; sarebbe una mancanza di serietà e di dignità, una vergogno frivolezza. Sì, il ricordo di ciò che è accaduto è in noi indelebile, indelebile come il tatuaggio che i reduci dai campi portano ancora sul braccio […]. Oggi, quando i sofisti ci raccomandano l’oblio, noi mostreremo con forza il nostro muto ed impotente orrore davanti ai cani dell’odio; penseremo intensamente all’agonia dei deportati senza sepoltura e dei bambini che non sono tornati. Perché questa agonia durerà fino alla fine del mondo».
E il perdono? Il perdono è morto – scrive Jankélévitch in Il perdono – nei campi della morte (Le pardon est mort dans les camps de la mort).

Lorenzo Cortesi

INVIDIA: LA CARIE CHE CORRODE E CONSUMA

INVIDIA: LA CARIE CHE CORRODE E CONSUMA
l’unico vizio che non ti dà piacere:
tu stai male perché l’altro sta bene  

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Allegoria dell’invidia (Giotto)

La parabola degli operai, chiamati a lavorare nella vigna in diverse ore della giornata, risalta per il comportamento originale del padrone, perché sembra non rispettare i criteri della legalità (cfr. Mt 20,1-16). Se ci fossero stati i sindacati, al tempo di Gesù, avrebbero avuto parecchio da recriminare. Com’è possibile che coloro che hanno lavorato di più, hanno sopportato la fatica e il caldo dell’intera giornata, siano trattato come quelli che hanno lavorato un’ora sola? In realtà, se prestiamo attenzione al racconto, il padrone non fa un torto a coloro che hanno lavorato di più, perché ricevono il compenso pattuito. Il padrone, senza ledere i diritti di nessuno, compie un gesto di grande generosità nei confronti degli ultimi. Ed è proprio questo atteggiamento verso gli ultimi che porta gli operai della prima ora a lamentarsi e a brontolare.
La parabola è raccontata soprattutto per i primi, perché imparino ad andare oltre la giustizia nel nome della gratuità, della misericordia e dell’amore.
La parabola termina con due domande che invitano a riflettere: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso, perché io sono buono?». Ma non c’è la risposta. La parabola si interrompe rilanciando la questione agli ascoltatori e invitandoli ad un ripensamento.

Gesù ha indicato nell’invidia la ragione del borbottamento da parte degli operai della prima ora. Invidiare significa guardare contro (dal latino in-vĭdēre), avere l’occhio cattivo.
Secondo il libro della Sapienza l’invidia sta all’origine del peccato di Adamo, il primo uomo: «Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono» (Sap 2,23-24). L’invidia è anche la causa della morte del secondo Adamo, Gesù di Nazareth. Perché Gesù è stato condannato a morte? Qual è stata la causa ultima? Nei Vangeli della passioni si legge: Pilato sapeva bene che Gesù glielo avevano consegnato per invidia (cfr. Mt 27,18).  L’invidia ha dunque qualcosa di diabolico e di micidiale, perché racchiude in sé un veleno di morte.

Spinoza nell’Ethica aveva definito l’invidia «una forma di odio, che porta l’uomo a rattristarsi della felicità di un altro e a godere invece dell’infelicità del male altrui» ed è «l’opposto della misericordia». L’invidioso ha la tendenza a svalutare le persone che percepisce come migliori di sé. E non si limita al pensiero o alle fantasticherie di tipo aggressivo e distruttivo, ma cerca di danneggiare oggettivamente l’invidiato, ostacolandolo in ogni suo progetto o iniziativa.

Nel saggio I vizi capitali e i nuovi vizi il filosofo Umberto Galimberti, a proposito dell’invidia, ha scritto: «A differenza della lussuria, della superbia, della gola, l’invidia è forse l’unico vizio che non dà piacere. Eppure è molto diffuso e ciascuno di noi ne ha fatto esperienza per aver invidiato o essere stato invidiato». Quando uno è  preso dall’invidia si logora, si abbruttisce, insomma sta male perché l’altro sta bene.
Per questo il libro dei Proverbi paragona l’invidia alla carie delle ossa che corrode e consuma (cfr. Pro 14,30).
 Perciò l’invidia, più che un vizio, finisce per diventare una pena.

Lorenzo Cortesi

PAROLE PER RICOMINCIARE

PAROLE PER RICOMINCIARE
Classe III A – Liceo “O. Grassi” Savona

anno scolastico 2020-2021

A Assembramento: quando più persone non mantengono la distanza (Luigi P.)
B Bonifica: rendere salubre l’ambiente (Paolo B.)
C Covid-19: virus mutaforma invisibile (Lorenzo C.)
D Distanza: garantire almeno un metro tra persona e persona (Filippo G.)
E Emergenza: situazione determinata da gravi condizioni (Filippo G.)
F Focolaio: casi di positività al virus (Giulio S.)
G Guarigione: ritornare in salute dopo un periodo di malattia (Pietro N.)
H Health: stato di benessere (Edoardo S.)
I Istruzione a distanza: didattica attivata su teams (Luca Z.)
L Lockdown: chiusura (Betty P.)
M Mascherina: protezione dal contagio del virus (Edoardo S.)
N Negazionisti: chiudere gli occhi difronte alla realtà pandemica (Emanuele A.)
O Ospedale: complesso sanitario (Angelica B.)
P Pandemia: malattia epidemica che si diffonde rapidamente (Andrea V.)
Q Quarantena: 14 giorni di isolamento (Andrea U.)
R Ritorno: ritorno a scuola, ritorno alla normalità, etc. (Edoardo S.)
S Sanificazione: opera di eliminazione di agenti patogeni (Edoardo S.)
T Tampone: strumento per rilevare la positività o meno al virus (Luigi P.)
U Urgenza : allerta massima (Betty P.)
V Virus: agente infettivo che si replica all’interno delle cellule degli organismi (Giulio S.)
Z Zona rossa: area da cui non si può uscire e non si può entrare (Aurora A.)

a cura di Lorenzo Cortesi

JACQUES DERRIDA: PARDONNER 

JACQUES DERRIDA: PARDONNER
Le pardon, s’il y en a,
ne doit
et ne peut pardonner
que l’impardonnable,
l’inexpiable
et donc faire l’impossible.
Pardonner le pardonnable
ce qu’on peut toujours pardonner,
ce n’est pas pardonner

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Nel breve saggio intitolato Pardonner. L’impardonnable et l’imprescriptible (Perdonare. L’imperdonabile e l’imprescrittibile), Jacques Derrida (1930-2004) uno dei più grandi filosofi francesi del Novecento, ha scritto: «Perdonare il perdonabile, il veniale, lo scusabile, ciò che si può sempre perdonare, non è perdonare» (Pardonner le pardonnable, le véniel, l’excusable, ce qu’on peut toujours pardonner, ce n’est pas pardonner).
E ancora: «Il perdono prende senso, cioè trova la sua possibilità di perdono, proprio là dove è chiamato a fare l’impossibile, a perdonare l’imperdonabile».  Il vero gesto del perdono incomincia là dove finisce la storia del perdonabile per aprirsi all’imperdonabile! In altre parole: perdonare a chi ci chiede perdono, perdonare a chi riconosce di avere sbagliato è una cosa molto umana, e direi anche molto ovvia, normalissima. Se non perdoni chi si pente della colpa che ha commesso, sei proprio un uomo senza cuore. Se non perdoni il perdonabile sei un essere crudele e spietato. Se non perdoni a chi ti dice “scusa non volevo”, “scusa non ho fatto apposta”, “scusa mi sono sbagliato”, sei peggio di un bestia.

Ma perdonare chi non riconosce la propria colpa, perdonare ciò che non si può perdonare, questo è il vero atto del perdono, questa è la cosa più grande che un uomo possa fare, perché lo avvicina a quel  Dio che ci ha rivelato Gesù di Nazareth: «Pietro si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte perdonerò mio fratello se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. E Gesù a lui: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22).
Perdonare: si tratta di un gesto che Dio sa fare molto bene. E mi dispiace che glielo vogliamo sottrarre, perché noi vorremmo che Dio ragionasse come noi e si comportasse come noi: un Dio che perdona chi si pente, un Dio che si limita a perdonare il perdonabile, un Dio che punisce chi sbaglia.  Gesù ci ha presentato invece un’immagine di Dio un po’ diversa, molto diversa, che scardina tutti i nostri sistemi morali e giudiziari.

Silvano Fausti diceva a questo proposito: «Normalmente pensiamo che Dio ci perdoni perché noi siamo pentiti. In realtà noi ci possiamo pentire perché Dio ci perdona sempre e comunque. Egli non si rivolge a noi perché noi ci siamo rivolti a lui: egli è da sempre rivolto a noi, perché noi possiamo rivolgerci a lui».

Lorenzo Cortesi

SCHWEITZER E BACH

SCHWEITZER E BACH
Bach sollte nicht Bach,
sondern Meer heissen

Schweitzer non è stato filosofo, teologo, pastore, medico, ma anche organista.
In più occasioni tenne concerti in numerose città d’Europa a scopo benefico, per raccogliere fondi a favore del suo ospedale villaggio di Lambaréné (Gabon). Sulla figura e la musica di Bach nel 1905 pubblicò in francese Jean-Sébastien Bach, le musicien-poète, con la prefazione dell’organista e compositore Charles-Marie Widor (1844-1937). E pochi anni dopo, esattamente nel 1908 Schweitzer pubblicò per i germanofoni Johann Sebastian Bach. Non si tratta di una semplice traduzione dal francese in tedesco dell’opera del 1905, ma di una completa rivisitazione. Rimase identica, invece, la prefazione di Widor. Schweitzer, appena diciottenne, aveva conosciuto Widor nel 1893, in occasione di un soggiorno a Parigi. Il primo maestro di Schweitzer è stato Eugène Münch (1857-1898), celebre organista di Mulhouse. Tra coloro che hanno contribuito alla formazione musicale di Schweitzer va ricordata anche la pianista e compositrice Marie Jaëll (1846-1925).
Nel 1909 Schweitzer, in collaborazione con l’abbé François-Xavier Mathias, scrisse un saggio sulle regole per la costruzione degli organi dal titolo Internationales Regulativ für Orgelbau. Entworfen und bearbeitet von der Sektion für Orgelbau auf dem dritten Kongress der Internationalen Musikgesellschaft.

Ma che cosa ha detto Schweitzer a proposito del Bach musicista-poeta? La musica di Bach ha in sé qualcosa di poetico e di pittorico. Bach rappresenta la perfezione. Egli non vive come individuo, perché in lui vive lo spirito del tempo: «Nicht er lebt, sondern der Geist der Zeit lebt in ihm». Bach è un fine, un termine, una conclusione. Non emana nulla da lui, ma tutto conduce a lui: .«So ist Bach ein Ende. Es geht nichts von ihm aus: alles führt nur auf ihn hin». Bach (che significa torrente) non dovrebbe chiamarsi Bach, ma Meer (che significa mare): «Bach sollte nicht Bach, sondern Meer heissen».

Lorenzo Cortesi

SCHWEITZER: LA MISTICA DELL’APOSTOLO PAOLO

SCHWEITZER: LA MISTICA DELL’APOSTOLO PAOLO
tutto
ciò che è mistico
animandosi può diventare azione

Con l’opera Die Mistyk des Apostels Paulus, edita Tübingen nel 1930, Albert Schweitzer ha cercato di dimostrare che Paolo e la sua mistica devono essere compresi partendo non dall’ellenismo (come solitamente si è soliti fare), ma dal giudaismo antico.
Non è stato Paolo ad iniziare la cosiddetta ellenizzazione del cristianesimo. Tra Gesù e Paolo vi è una continuità nella stessa direzione escatologica. Secondo Schweitzer l’ellenizzazione del cristianesimo, e quindi il passaggio al dogma della Chiesa antica, è iniziata con gli scritti di Giovanni e di Ignazio d’Antiochia.

Già nel 1911 con lo scritto Geschichte der Paulinischen Forschung von der Reformation bis auf die Gegenwart Schweitzer aveva sostenuto la sua tesi sulla mistica di Paolo nella forma di una ricerca (Forschung) storica, partendo dalla Riforma e arrivando fino ai primi anni del Novecento.

«Paolo è un mistico – ha scritto Schweitzer – e nient’altro che un mistico». Ma che cosa si intende per mistico?
Nel 1965, poco prima della sua morte, Schweitzer disse a Sergio Zavoli che lo aveva raggiunto nell’ospedale villaggio di Lambaréné (Gabon) per intervistarlo: «Anche ciò che è mistico, animandosi può diventare azione. Non credo al misticismo chiuso in se stesso, al misticismo che si contempla. Sono convinto di essere un mistico, ma un mistico che agisce». Così era la mistica per Paolo, così era la mistica per Schweitzer.

Lorenzo Cortesi

P.S. La traduzione in italiano dell’opera di Schweitzer, con il titolo La mistica dell’apostolo Paolo, è del 2011.

LA CORREZIONE FRATERNA

LA CORREZIONE FRATERNA
Se il tuo fratello commette una colpa,
va’ e ammoniscilo fra te e lui solo

«Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all’assemblea; e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano» (Mt 18,15.17).

La colpa che il fratello commette, non è mai un fatto provato, ma coinvolge sempre la responsabilità degli altri membri della comunità. Il male di uno ricade su tutti. Da qui la necessità della correzione fraterna; essa è l’espressione più alta della misericordia ed è l’esatto contrario dello scandalo: lo scandalo scredita mentre la correzione fraterna recupera, lo scandalo perde mentre la correzione fraterna salva. Per questo motivo la correzione fraterna è segno di grande amore.

Primo momento: “Va’ e ammoniscilo fra te e lui solo”.
Arte difficile quella di ammonire qualcuno, dimostrandogli dov’è l’errore commesso. Il fine è duplice: evitare lo scandalo e fare in modo di non umiliarlo e allontanarlo per sempre dalla comunità. San Paolo ha inventato la formula: “Mi sono fatto tutto a tutti” (cfr. 1Cor 9,19-22). Occorre far partire dal profondo la parola giusta, affettuosa, sincera e offrirla al fratello come dono: «Qualora uno venga sorpreso in qualche colpa,. Voi che avete lo Spirito correggetelo con dolcezza» (Gal 6,1); «…non trattatelo come un nemico, ma ammonitelo come un fratello» (2Ts 3,14-15); «Se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati» (Gc 5,19-20).

Secondo momento: “Se non ti ascolterà, prendi con te…”.
Precisazione simile a quella che si trova in Dt 19,15, ma il contesto è differente: in Deuteronomio è giuridico, in Matteo è agapico

Terzo momento: “Dillo all’assemblea”.
Tutta la comunità è chiamata in causa per il recupero del fratello. Ovviamente si tratta di una colpa grave. E il cammino da percorrere per il ricupero si ispira sempre alla carità fraterna.

Conclusione: “Sia per te come un pagano e un pubblicano”.
Che significa? Non è la comunità che allontana, ma è il fratello peccatore che si autoesclude. Ma Nel momento in cui il fratello è scomunicato e diventa un pubblicano, merita tutto la nostra sollecitudine (cfr. Mt 18,12-14; Lc 7,34; Lc 19,10). Occorre tener presente la grande lezione di Gesù: egli ci ha insegnato ad amare perfino i nemici! A maggior ragione si deve amare un fratello che è stato scomunicato. Amare tutti come fa il Padre celeste (cfr. Mt 5,43-48).

Rassegna antologica
1. Regola di san Basilio: «Qual è l’espediente attraverso il quale si ha la certezza che uno corregge il fratello solo per affetto? Quando si riscontra un elemento importante, cioè si corregge il fratello con misericordia».
2. Sant’Agostino: «”Se un tuo fratello avrà commesso una colpa contro di te, rimproveralo a tu per tu da solo” (Mt 18,15). Perché lo riprendi? Perché ti dispiace che ha mancato contro di te? Non sia mai! Se lo farai per amor tuo, non farai nulla. Se invece lo farai per amore di lui, farai una cosa ottima. Considera quindi, a proposito delle stesse parole, per amore di chi tu debba farlo, se per amor tuo o di lui: “Se ti ascolterà — dice la Scrittura — avrai fatto tornare tuo fratello a migliori sentimenti”. Fallo dunque per amore di lui, affinché tu ottenga la sua conversione.
3. San Giovanni Crisostomo: «Chi viene rimproverato non si turbi, siamo uomini e abbiamo difetti; e chi rimprovera non lo faccia pubblicamente, insultando e facendo mostra di sé, ma a quattr’occhi e con dolcezza; ha bisogno di tanta dolcezza colui che ammonisce, se vuole che sia ben accolto il suo discorso tagliente. Non vedete i medici, quando bruciano o tagliano, con quanta dolcezza applicano la loro terapia? E molto più lo deve fare chi ammonisce, perché il rimprovero è più violento del ferro e del fuoco, e fa sobbalzare. Per questo motivo i medici si esercitano molto per riuscire ad incidere con calma, e lo fanno con dolcezza, in quanto è possibile, e incidono un poco e poi permettono di riprendere fiato. Così si devono fare anche i rimproveri, perché chi viene ammonito non se ne sottragga».
4. San Francesco d’Assisi: «Se tra i frati, ovunque siano, ci fosse qualche frate che volesse camminare secondo la carne e non secondo lo spirito, i frati, coni quali si trova, lo ammoniscano e lo istruiscano e lo correggano con umiltà e diligenza».
5.
San Francesco di Sales: «Quando ci accingiamo a correggere un fratello scriviamo prima su un foglio e ripetiamoci più volte queste due frasi bibliche: “Il Signore non vuole la morte del peccatore, vuole piuttosto che desista dalla sua condotta e viva” (Ez 18,23). E l’altro monito evangelico: “Perché osservi la pagliuzza nell’occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Mt 7.3-5)».

Lorenzo Cortesi

Rimando duearticoli che ho già pubblicato su questo argomento:
https://blogphilosophica.wordpress.com/2016/11/25/larte-della-correzione/
https://blogphilosophica.wordpress.com/2018/02/04/matteo-il-discorso-ecclesiologico/


SCHWEITZER: PREMIO NOBEL PER LA PACE (1952)

SCHWEITZER: PREMIO NOBEL PER LA PACE (1952)
S’il est possible, autant qu’il dépend de vous,
soyez en paix avec tous les hommes

Il 10 dicembre 1952 ad Albert Schweitzer venne assegnato il Premio Nobel per la Pace. In quell’occasione tenne un discorso in francese dal titolo Le Problème de la Paix. Ne riporto alcuni stralci, che per molti aspetti risultano assai attuali.
In apertura Schweitzer presenta le ragioni che lo hanno portato ad affrontare come argomento il problema della pace: «Pour sujet de la conférence que l’attribution du prix Nobel de la Paix m’impose comme un honneur redoutable, j’ai choisi le problème de la paix, tel qu’il se pose aujourd’hui. Je crois agir ainsi dans l’intention du fondateur de ce prix, qui s’était préoccupé de ce problème, tel qu’il se posait à son époque, et qui attendait de sa fondation qu’elle entretienne la réflexion et la recherche sur les possibilités de servir la cause de la paix».

Tra gli autori che maggiormente si sono impegnati per la pace Schweitzer ricorda Erasmo da Rotterdam, autore dell’opera Il lamento della pace: «Le premier qui ait eu le courage de mettre en avant des arguments purement éthiques pour combattre la guerre et d’exiger une raison supérieure déterminée par un vouloir éthique, fut le grand humaniste Erasme de Rotterdam dans sa Querela Pacis (La lamentation de la Paix) parue en 1517. Il y met en scène la Paix à la recherche d’une audience».

Erasmo, purtroppo, ha trovato pochi continuatori. Tra questi Schweitzer cita Immanuel Kant: «Dans son écrit De la paix perpétuelle, paru en 1795, et dans d’autres publications, dans lesquelles il touche au problème de la paix, il croit que sa réalisation viendra uniquement de l’autorité croissante d’un droit international selon lequel une cour d’arbitrage internationale réglerait les conflits entre peuples. Cette autorité, d’après lui, doit se fonder uniquement sur le respect croissant qu’avec le temps les hommes, pour de motifs purement pratiques, témoigneraient au droit en tant que tel. Kant insiste sans cesse sur l’idée qu’il ne faut pas mettre en avant des raisons éthiques en faveur de l’idée d’une société des nations, mais qu’il faut la considérer comme l’aboutissement d’un droit qui va se perfectionnant. Il pense que ce perfectionnement se produira au cours d’un progrès qui se réalisera de lui-même. A son avis, “la nature, cette grande artiste”, amènera les hommes, très progressivement, il est vrai, et au terme d’un temps très long, par la marche des événements historiques et par la misère des guerres, à se mettre d’accord sur un droit international garantissant la paix perpétuelle».

Vero la fine della conferenza Schweitzer, fa un breve accenno ad altri esponenti del mondo religioso e della cultura antica (come il profeta Amos, Confucius et Lao-tseu, Mi-tseu e Meng-tseu, e più vicino a noi Tolstoj), i quali hanno auspicato l’avvento di un regno di pace: «Dans nombre de peuples, ayant atteint un certain niveau de civilisation, l’idée que le règne de la paix doit venir un jour, a trouvé son expression. En Palestine, elle se manifesta pour la première fois chez le prophète Amos, au huitième siècle avant J. C. et elle continue à vivre dans les religions juive et chrétienne comme l’espérance en le royaume de Dieu. Elle est un élément de la doctrine enseignée par les grands penseurs de la Chine: Confucius et Lao-tseu au sixième siècle avant J. C., Mi-tseu, au cinquième et Meng-tseu au quatrième. Elle se retrouve chez Tolstoï et chez d’autres penseurs européens contemporains. On s’est plu à la considérer comme une utopie. Mais aujourd’hui la situation est telle qu’elle doit devenir réalité d’une manière ou d’une autre; sinon l’humanité périra».

Infine Schweitzer auspica che coloro, che hanno in mano le sorti dei popoli, si impegnino ad evitare che la situazione attuale abbia a peggiorare. La citazione di san Paolo, con la quale termina la conferenza, è tratta dalla lettera ai Romani (12,18): «Puissent les hommes qui tiennent entre leurs mains le sort des peuples, éviter avec un soin anxieux tout ce qui pourrait empirer la situation dans laquelle nous nous trouvons et la rendre encore plus dangereuse. Et puissent-ils prendreà coeur la parole de l’apôtre Paul: “S’il est possible, autant qu’il dépend de vous, soyez en paix avec tous les hommes”. Cette parole ne vaut pas seulement pour les individus, mais aussi pour les peuples. Puissent-ils, dans leurs efforts pour le- maintien de la paix, aller jusqu’à l’extrême limite du possible, pour donner à l’esprit le temps de croître et d’agir».

Lorenzo Cortesi

SCHWEITZER: EINE SKIZZE DES LEBENS JESU

SCHWEITZER: EINE SKIZZE DES LEBENS JESU
Gesù era già Messia prima dell’era messianica?

Tra le opere teologiche di Albert Schweitzer, che ho letto in primavera durante il lockdown, segnalo Das Messianitäts- und Leidensgeheimnis: eine Skizze des Lebens Jesu. Con questa dissertazione, che risale al 1901, Schweitzer ottenne l’abilitazione all’insegnamento della teologia (1902). Il titolo della versione italiana (La vita di Gesù. Il segreto della messianità e della passione) non rispetta esattamente l’originale tedesco. Il lavoro di Schweitzer si colloca nel solco della tradizione teologica tedesca: i giovani teologi dovevano cimentarsi nell’elaborazione di una Vita di Gesù, partendo naturalmente dalla fonti e dalla critica che la letteratura aveva prodotto in materia. Di opere relative alla Vita di Gesù ve ne sono a centinaia. Tra le più celebri ricordo quella del giovane Hegel, Das Leben Jesu1, scritta a Berna nel 1795 durante gli anni del precettorato e pubblicata postuma nel 1906.

Ma torniamo a Schweitzer. Il suo trattato ha il pregio e l’originalità di partire dalla questione dall’autocoscienza messianica da parte di Gesù e dall’idea della passione. Un ruolo di rilevante importanza è riservato pure all’escatologia nel rapporto tra il già storico e il non ancora.
Ecco alcuni passaggi dell’opera che meritano di essere evidenziati:
1. Il confronto tra Giovanni Battista e Gesù di Nazareth, ovvero tra il precursore del precursore e il precursore del Messia. Secondo Schweitzer «Gesù, fino alla fine della sua confessione davanti al Sinedrio, era considerato in pubblico come il Precursore».
2. La professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo cronologicamente spostata dopo la trasfigurazione (contrariamente a quanto affermano i tre sinottici). Solo così si spiega la ragione per cui a Cesarea di Filippo Gesù dice a Pietro che la scoperta della sua messianità è stata rivelata dal Padre (durante la trasfigurazione).
3. Il tradimento di Giuda: ai membri del Sinedrio viene svelato il segreto della messianicità di Gesù.
4. Il confronto tra la prima parte del ministero di Gesù, che si è svolto in Galilea, e quello antecedente la passione, in Giudea e a Gerusalemme.
5. L’inizio della messianità. Nell’intenzione di Gesù l’era messianica avrebbe dovuto avere inizio a partire dalla resurrezione, perché la «la coscienza messianica di Gesù è tutta rivolta al futuro». Ma dopo la morte di Gesù c’è stato lo spostamento di prospettiva: «Gesù era Messia prima dell’era messianica […]. E così si incominciò a considerare la storia evangelica a partire da una verità che non era più la sua: Gesù era stato il Messia. Paolo ha scritto il titolo per questa nuova concezione della storia. Esso è costituito da queste due parole: Gesù Cristo. Un unico e solo concetto lega la dignità messianica del risuscitato e la sua personalità storica. Il quarto evangelista ne ha tratto tutte le conseguenze e ha presentato la storia di Gesù, come se egli si fosse presentato sulla terra come il Messia».

Lorenzo Cortesi

1 https://blogphilosophica.wordpress.com/2018/03/04/hegel-manoscritti-teologici-giovanili/

IL PRIMO ANNUNCIO DELLA PASSIONE

IL PRIMO ANNUNCIO DELLA PASSIONE
il destino del discepolo
non è diverso da quello del Maestro

Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni» (Mt 16,21-27).

È la prima volta che Gesù annuncia la sua passione. E lo fa in privato ai discepoli, mentre sta camminando verso Gerusalemme. Pietro reagisce, perché non vuole sentire parlare di croce e di morte. Gesù lo rimprovera perché non è più la pietra che poggia sopra la roccia (cioè Gesù stesso), ma diventa pietra di inciampo, che impedisce al Maestro di continuare nel suo cammino. Poi rivolgendosi a tutti i discepoli, Gesù li invita a portare la propria croce. Il destino di Gesù deve diventare il destino di tutti coloro che lo vogliono seguire.

Gesù propone un modo di pensare e di agire alternativo rispetto alla mentalità corrente: chi vuol salvarsi, adeguandosi alla mentalità del mondo si perde, ma chi perde se stesso per seguire Gesù e il Vangelo si salva.
Innanzitutto bisogna prima di tutto evitare due interpretazioni pericolose: sia quella moralistica che riduce la sequela ad una serie di norme da osservare, sia quella autopunitiva che considera il cammino dietro al Signore come una espiazione delle proprie colpe (sono stato cattivo, ho commesso molti peccati e per purificarmi abbraccio la croce, mi umilio fino ad annientarmi come persona). No, non è questo il senso della sequela. Non lasciamoci sviare da queste interpretazioni: la riduzione moralistica della sequela mette in primo piano il calcolo o il tornaconto personale e la ricerca di un’autopunizione presenta in sé qualcosa cupo e di agghiacciante. E dunque in questi casi si rimarrebbe sempre nel cerchio del proprio io. Il “perdere la propria vita” sarebbe allora solo una maschera, una maschera cattiva che nasconde l’intento che è quello di “salvare se stessi”. Per questo la sequela della croce può rivelarsi una grande ipocrisia (l’aveva già denunciato Nietzsche) se non facciamo attenzione a queste dinamiche che vogliono mettere sempre in primo piano il nostro io, anche quando diamo esternamente e manifestamente l’impressione di voler perdere.

La sequela di Gesù è una cosa seria. La sequela di Gesù sulla via della croce è condivisione in positivo del suo stesso destino, perché su quella strada in salita, che egli per primo ha percorso, è concentrato tutto il senso della storia della salvezza. Infatti la perdita della propria vita non è la fine, ma l’unica possibilità che ci viene data perché la nostra vita si possa salvare. Ma per raggiungere questa meta è necessario perdersi davvero, abbandonarsi totalmente al progetto di Gesù, rinnegare se stessi. Il rinnegamento di sé è l’atteggiamento diametralmente opposto a quello di chi per paura rinnega Gesù, come Pietro la sera dell’arresto (cfr. Mc 14,26-31.66-72). Come discepoli ci troviamo spesso in questo dilemma; ma non ci sono date altre vie di uscita: o rinnegare se stessi o rinnegare il Maestro. E il rinnegare se stessi più autentico consiste nel prendere la propria croce per partecipare al progetto di Gesù in totale libertà.

Ma quale croce? Il passo parallelo di Luca contiene una novità (che non c’è negli altri due sinottici). Luca introduce una connotazione temporale molto interessante: prendere la propria croce ogni giorno (cfr. Lc 9,23). Questa espressione rimanda alla quotidianità e alla ferialità della croce. E subito viene da pensare ad una croce senza rivestimenti eroici o mitici, una croce ordinaria, forse anche noiosa per chi attende sempre il grande momento per dimostrare la sua appartenenza al Signore; ma nello stesso tempo una croce più attuale, più vicina, accessibile a tutti. Non una croce da ricercare o da inventare. Una croce, invece, da abbracciare nelle più comuni circostanze della propria giornata. E questa, paradossalmente, è la croce più pesante, perché richiede perseveranza, continuità, fermezza.

Lorenzo Cortesi

SCHWEITZER: STORIA DELLA RICERCA SULLA VITA DI GESÙ

SCHWEITZER: STORIA DELLA RICERCA SULLA VITA DI GESÙ
la
sua persona è inconoscibile,
ma il suo messaggio è universale

Nel 1906 Albert Schweitzer pubblica Von Reimarus zu Wrede. Eine Geschichte der Leben-Jesu-Forschung, un’opera di fondamentale importanza per la teologia biblica. Come si deduce dal titolo, si tratta di una raccolta delle ricerche sulla vita di Gesù da parte della teologia moderna. Dopo aver esaminato le varie posizioni che vanno dal XVIII secolo al primo decennio del Novecento, cioè da Reimarus fino a Wrede, passando attraverso Paulus, Hase, Schleiermacher, Holtzmann e altri esponenti della teologia biblica, Schleiermacher offre il suo personale contributo alla problematica in questione.

Schweitzer sottolinea la cosiddetta estraneità di Gesù: egli appartiene ad un mondo culturale totalmente diverso dal nostro. Il suo mistero è inaccessibile: non possiamo penetrare nella sua vita intima e nella sua relazione con Dio. La sua persona, il suo essere e la sua profonda natura sono per noi qualcosa di ermetico e di inconoscibile. Ma il suo messaggio vale per tutti gli uomini e per tutti i tempi.

Schweitzer vede in Gesù l’ispiratore della sua vita. Quando, quasi trentenne, Schweitzer decide di studiare medicina (aveva già ottenuto la laurea in filosofia e la licenza in teologia) per consacrarsi ai bisogni dei poveri del Gabon, lo fa in risposta all’appello di Gesù: «Tu, seguimi!» (Gv 21,22).

La traduzione in italiano dell’opera con il titolo Storia della ricerca sulla vita di Gesù è edita dalla Paideia (Brescia, 2003, pp.784) e dalla Claudiana (Torino, 2019, pp. 776).

Lorenzo Cortesi

SCHWEITZER: KULTUR UND ETHIK

SCHWEITZER: KULTUR UND ETHIK
Ich bin Leben,
das leben will,
inmitten von Leben,
das leben will

Durante la prima guerra mondiale Albert Schweitzer e la moglie Hélène si trovavano in Gabon, colonia francese. In quanto alsaziani erano cittadini tedeschi e perciò vennero arrestati. Dapprima furono privati della libertà e condannati agli arresti domiciliari. In seguito poterono a riprendere l’attività, ma in maniera ridotta, nel loro ospedale-villaggio di Lambaréné. Nel settembre del 1917 i coniugi Schweitzer furono portati in un campo di prigionia nella zona dei Pirenei. Successivamente vennero trasferiti nel campo di Saint-Rémy-de-Provence e nel luglio del 1918 ottennero la liberazione, grazie ad uno scambio di prigionieri tra Francia e Germania.
In quel clima bellico di distruzione e di morte, Schweitzer maturò l’idea di scrivere un’opera corposa intitolata Kulturphilosophie, che pubblicò nel 1923 in due volumi: Verfall und Wiederaufbau der Kultur (Band 1) e Kultur und Ethik (Band 2).
Da come mi risulta non esiste una traduzione completa in italiano, o meglio, alcune parti del secondo volume (Kultur und Ethik) si trovano in Rispetto per la vita. Gli scritti più importanti di un cinquantennio, raccolti da Hans Walter Bahr e tradotti da Giuliana Gandolfo (Editrice Claudiana, 1994).

In Kultur and Ethik si possono ravvisare tre momenti.
Prima di tutto Schweitzer analizza la condizione patologica in cui versa la cultura del tempo: all’accettazione incondizionata dei risultati del progresso della tecnica si accompagna la debolezza da parte dei contenuti etici a svolgere il ruolo di guida.
Nella seconda parte Schweitzer, attraverso un’indagine della storia delle teorie etiche, dimostra che la principale preoccupazione consiste nel mitigare il dualismo tra la conoscenza e la volontà, ma non sanno andare oltre.
Nel terzo momento Schweitzer prone una via di uscita. Egli sostiene che il cuore di tutta l’etica, cioè il perno fondante, è racchiuso in quel principio quanto mai elementare che la volontà universale di vivere (come ho già avuto modo di trattare nei precedenti articoli su Schweitzer).
Christoph Seibert, attualmente docente di teologia all’Università di Hamburg, ha riassunto il punto di vista di Schweitzer in questo modo: «Preso atto di questo fatto (cioè la volontà universale di vivere), la vita umana sente il bisogno assoluto di rispettare in egual modo ogni essere vivente. Di qui risulta il principio fondamentale etico capace di influenzare la cultura: dovere incondizionato è quello di conservare e promuovere tutta la vita; incondizionatamente vietato ne è invece l’annientamento e l’intralcio».
Partendo dal principio rispetto per la vita Schweitzer ha posto le basi per un’etica globale della responsabilità.

Lorenzo Cortesi


SCHWEITZER: UN PELLICANO RACCONTA LA SUA VITA

SCHWEITZER: UN PELLICANO RACCONTA LA SUA VITA
l’etica è un senso di responsabilità
esteso a tutto ciò che ha vita

Nel 1950 Albert Schweitzer pubblicò Ein Pelikan erzählt aus seinem Leben. Il libro, dotato di 48 fotografie in b/n di Anna Wildikan, è stato tradotto in italiano solo nel 2019, con il titolo Un pellicano racconta la sua vita (pp. 136).

Come si legge nel titolo, il protagonista indiscusso del racconto è il giovane pellicano Parsifal. Un giorno arrivò all’ospedale villaggio di Lambaréné (Gabon) in compagnia di altri due pellicani. Tutti e tre erano denutriti e bisognosi di cure. Ma il più malconcio era Parsifal. Divenuti adulti i due fratelli di Parsifal presero il volo e se ne andarono per sempre. Parsifal, invece, decise di rimanere vicino al dottor Schweitzer, che lo aveva salvato e allevato.
Il racconto offre a Schweitzer l’opportunità di riprendere le grandi tematiche a lui care (che ho già trattato nei precedenti articoli): il rispetto per la vita, l’amore per gli animali, l’attenzione premurosa verso ogni forma esistenza.
Schweitzer si è chiesto: «Posso schierarmi e intervenire in quella lotta della vita contro la vita che si svolge nella natura?» Oppure dobbiamo fare in modo che la natura segua il suo corso e segua le sue leggi?
Ecco la risposta:« Nessuna decisione può essere presa a priori, ma devi agire secondo la tua coscienza caso per caso: una volta puoi fare in un modo e un’altra volta in modo diverso».

L’edizione italiana dell’opera, presso la casa editrice ETS, è stata curata da Fabienne Charlotte Vallino, docente di Geografia Politica ed Economica, Politica per l’Ambiente presso l’Università degli Studi della Tuscia (Viterbo).

Lorenzo Cortesi

SCHWEITZER: IL DEBITO NEI CONFRONTI DEGLI ANIMALI

SCHWEITZER: IL DEBITO NEI CONFRONTI DEGLI ANIMALI
dall’età moderna gli animali
sono stati sottoposti alle ricerche mediche
per sperimentare i farmaci
con cui guarire le malattie

Chi dice di rispettare la vita deve, coerentemente, avere a cuore ogni forma di esistenza. «Quando parlo di compassione per gli animali – diceva Albert Schweitzer – intendo qualcosa di molto più ampio: essa deve nascere da un universale rispetto per tutto ciò che è vita; in caso contrario è incompleta e mutevole». Per confermare la propria tesi Schweitzer fa ricorso alla storia: «I pagani dell’antichità conoscevano la carità verso le bestie. Ad Atene – narra uno scrittore – condannarono a morte n ragazzo perché aveva strappato gli occhi ad una cornacchia. Molti testi riferiscono che ai cavalli e agli altri animali da tiro si dava il foraggio anche quando non fossero più stati in grado di svolgere il proprio lavoro».

Ma Schweitzer si appella anche alla tradizione biblica, dove «si pensa spesso agli animali con amore».
A questo proposito ho raccolto alcune esemplificazioni che ci permettono di comprendere come il destino degli animali si intreccia con quello degli uomini:
1. Gli uomini e gli animali sono creati vegetariani 1:
«Poi Dio disse (alla prima coppia umana): “Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde”. E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno» (Gen 1,29.31).
2. Dopo il diluvio Dio stabilisce la sua alleanza non solo con gli uomini, ma anche con gli animali: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi; con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e bestie selvatiche, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca» (Gen 9, 9-10).
3. Il riposo sabbatico coinvolge anche gli animali:
«Il settimo giorno è il sabato in onore del Signore tuo Dio: tu non farai alcun lavoro, né tu, né tuo figlio, né tua figlia, né il tuo schiavo, né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te» (Es 20,10).
«Non fare lavoro alcuno (nel giorno di sabato) né tu, né tuo figlio, né tua figlia… né il tuo bue, né il tuo asino, né alcuna delle tue bestie» (Dt 5,14).
Cfr. anche Es 23,12.
4. All’animale che lavora non gli si deve negare il nutrimento:
«Non metterai la museruola al bue mentre sta trebbiando il grano» (Dt 25,4).
5. Non solo gli uomini, ma anche gli animali sono chiamati a fare penitenza:
«Poi fu proclamato in Ninive questo decreto, per ordine del re e dei suoi grandi: “Uomini e animali, grandi e piccoli, non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e bestie si coprano di sacco e si invochi Dio con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani”» (Gn 3,7-8).
6. Il Salmo 35 ricorda che al Signore stanno a cuore uomini ed animali:
«Signore, la tua grazia è nel cielo,
la tua fedeltà fino alle nubi;
la tua giustizia è come i monti più alti,
il tuo giudizio come il grande abisso:
uomini e bestie tu salvi, Signore» (Sal 35,6-7).
7.
Nella lode al Signore è coinvolta l’intera natura:
«Lodate il Signore dalla terra, mostri marini e voi tutti abissi, fuoco e grandine, neve e nebbia, vento di bufera che obbedisce alla sua parola, monti e voi tutte, colline, alberi da frutto e tutti voi, cedri, voi fiere e tutte le bestie, rettili e uccelli alati. I re della terra e i popoli tutti, i governanti e i giudici della terra, i giovani e le fanciulle, i vecchi insieme ai bambini lodino il nome del Signore» (Sal 148,7-13).
8.
Nel Vangelo Gesù presenta l’immagine di un Dio, che ha cura anche degli uccelli del cielo e dei gigli del campo:
«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt 6,26-30).
9.
Paolo nella lettera ai Romani scrive che tutta la creazione è in attesa della redenzione:
«Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo» (Rm 8,22-23).

Non dobbiamo mai dimenticare il debito di gratitudine che abbiamo nei confronti degli animali e liberarci dalla leggerezza con cui abitualmente pecchiamo nei loro confronti. Ecco cosa dice ancora Schweitzer:
«Dobbiamo tener conto del fatto che, con l’età moderna, abbiamo contratto un grande debito di gratitudine nei confronti degli animali. Devono essere ringraziati: si sono dovuti prestare alle ricerche mediche per sperimentare i farmaci con cui guarire le malattie e calmare il dolore. Il bene che dobbiamo ad un animale è sempre un debito di gratitudine, contratto per ciò che la creature, soffrendo, ha guadagnato per noi».

Lorenzo Cortesi

1 Solo dopo il diluvio universale all’uomo è permesso cibarsi della carne animale.

SCHWEITZER: IL RISPETTO PER LA VITA

SCHWEITZER: IL RISPETTO PER LA VITA
Ogni essere vivente deve essere sacro per noi.
Non ci è permesso di distruggere nulla con indifferenza.

«La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita» (A. Schweitzer)

Le quattro prediche di Strasburgo di Albert Schweitzer (1875-1965), pubblicate nel 2002 in lingua italiana, a cura di Enrico Colombo, con il titolo La melodia del rispetto della vita, meritano di essere lette e meditate. Si tratta di quattro prediche relative a questioni morali, risalenti al 1919. Schweitzer – come ogni predicatore che si rispetti – era solito partire da un brano della Scrittura, per poi calarsi nella realtà concreta del suo tempo. A distanza ormai di un secolo, da quando sono state concepite, le quattro prediche sono ancora attualissime.
A più riprese e in diversi modi Schweitzer comunica ai suoi ascoltatori che il cuore dell’etica risiede in una semplicissima espressione: Rispetto per la vita (Ehrfurcht 1 vor dem Leben). La vita merita rispetto in tutte le sue forme: umana, animale, vegetale, minerale.
Schweitzer aveva trovato la soluzione al problema etico qualche anno prima, esattamente nel 1915, mentre era in canoa sul fiume Ogoouè, diretto ad un villaggio del Gabon per prestare le cure ad alcuni ammalati. Ecco cosa ha scritto lo stesso Schweitzer: «La sera del terzo giorno, al tramonto, proprio mentre passavamo in mezzo a un branco di ippopotami, mi balzò d’improvviso in mente, senza che me l’aspettassi, l’espressione rispetto per la vita. Avevo rintracciato l’idea in cui erano contenute insieme l’affermazione della vita e l’etica»,

Riporto alcuni passaggi particolarmente significativi delle prediche di Strasburgo.
1. Dalla prima predica del 16 febbraio 1919 a commento di Mt 12,28-34: «Dobbiamo partecipare della vita e conservarla: questo è il comandamento più importante nella sua formulazione più elementare. Enunciato in altro modo, in forma di divieto, dice: Non uccidere. Consideriamo scontata questa proibizione; in realtà spezziamo i fiori stupidamente, stupidamente calpestiamo il povero insetto e poi – con spaventosa cecità, perché tutto si vendica – trascuriamo la vita degli uomini e la sacrifichiamo alle piccole mete terrene […]. Rispetto per la vita: qui si colloca, più che la Legge e i Profeti, l’intera moralità dell’amore nel suo significato più profondo e più alto».

2. Dalla seconda predica del 23 febbraio 1919 a commento di Rm 14,7: «Il grande nemico dell’eticità è l’insensibilità» (Der größte Feind der Sittlichkeit ist die Abstumpfung). In questa seconda predica Schweitzer si interroga soprattutto sulle ragioni che contrappongono la legge naturale e la legge morale. Ma non c’è risposta: «La natura è bella e generosa se la guardi dall’esterno; ma è orribile leggere nel suo libro. La vita più preziosa è sacrificata alla più vile. Una volta un bambino respirò i bacilli della tubercolosi: crebbe, si sviluppò, ma la sofferenza, e ben presto la morte, ebbero la meglio, perché quegli esseri infimi si erano moltiplicati nei suoi nobilissimi organi […]. Così la vita si oppone alla vita a causa della misteriosa scissione nella volontà di vita […]. Noi viviamo nel mondo e il mondo vive in noi. Ma perché attorno a questa conoscenza si ergono enigmi? Perché la legge naturale e la legge morale si separano? […]. Certo è terribile dover pensare che, essendo impotenti, facciamo male ad altre creature senza poterlo evitare. Cammini lungo un sentiero boscoso. I raggi chiari del sole risplendono fra gli alberi; gli uccelli cantano; migliaia di insetti ronzano felici nell’aria. Ma sulla tua strada, senza che tu possa farci niente, c’è la morte: lì si tortura una formica che hai calpestato; là uno scarafaggio, che hai colpito; là si attorciglia su se stesso un verme, su cui è piombato il tuo piede. Nel canto dominante della vita risuona la melodia del dolore e della morte, che richiama alla morte incolpevole. E tu avverti, nel bene che vuoi fare, la terribile inettitudine a porgere aiuto».

3. Dalla terza predica del 2 marzo 1919 a commento di Pro 12,10: «Fin dove si estende il limite della vita cosciente e senziente? Nessuno può dirlo. Dove finisce l’animale e dove inizia la pianta? E la pianta non sente e non ha sensazioni solo perché non possiamo dimostrarlo? Ogni fatto della vita, perfino i legami chimici fra due elementi, non è forse unito al sentire e al provare sensazioni? Per questo motivo ogni essere vivente deve essere sacro per noi. Per questo non ci è permesso di distruggere nulla con indifferenza. Non cogliete alcun fiore, non strappate alcuna foglia, state attenti alla pianticella anche la più comune, davanti a voi sul sentiero: camminate in modo da non distruggerla, se proprio non potete evitarla […]. Educate i bambini fin dai primi anni al rispetto per la vita; risvegliate nei bambini la grande melodia del rispetto per la vita […]. Ma proprio perché sottostiamo ad una terribile legge di natura, secondo cui il vivente uccide il vivente, dobbiamo stare attenti a non uccidere in modo avventato, a non uccidere se non vi siamo costretti. Dobbiamo giudicare terribile qualsiasi soppressione della vita e chiederci in ogni circostanza se sia necessario oppure no, se possiamo sopportarne la responsabilità. Che cosa si cela nell’abitudine di abbellire la camera con fiori recisi? Portiamo la natura in camera, ma in che modo: con la morte! Prima ancora che la loro fine sia stata decisa i fiori recisi muoiono nel vaso per il nostro diletto; l’immagine di cui ci rallegriamo è l’immagine della morte […]. Uccidere non è uno spettacolo né uno sport».
E nell’ultima parte della predica si legge: « Dobbiamo non soltanto non uccidere, ma – se è possibile – conservare la vita: è terribile sottostare, in migliaia di modi diversi, alla legge che impone il sacrificio della vita inferiore a quella superiore. Conservare la vita e portare aiuto: sembrano cose d’altri tempi, d’ altri mondi! Voi, però, tenete gli occhi aperti: non perdete occasione di essere misericordiosi. Perciò non ignorate con noncuranza il povero insetto caduto in acqua, ma pensate che cosa significhi lottare per non affogare. Aiutatelo, dunque, servendovi di un uncino o di un legnetto: e se poi si pulirà le ali, vi mostrerà qualcosa di meraviglioso: la fortuna di aver tratto in salvo la vita, di aver agito per incarico e per conto della potenza di Dio. Il verme smarrito sulla terra dura muore perché non può penetrarvi. Voi deponetelo su un terreno ricco o sull’erba: Ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatto a me. Queste parole di Gesù si applicano a ogni nostra azione nei confronti delle creature inferiori. Chi non conosca il sollievo che si sperimenta quando la straordinaria luce del dover-aiutare illumina la grigia notte del dover-distruggere non sa quanto possa essere ricca la vita! E anche qui: non preoccupatevi dei pregiudizi, non abbiate paura di apparire ridicoli, ma agite! Qualunque cosa facciate arricchisce l’umanità».

4. Dalla quarta predica del 16 marzo 1919 a commento di Mt 7,1: «In ogni attimo dobbiamo essere coscienti della nostra responsabilità per ciò che consideriamo vita o per ciò che rifiutiamo come tale: bisogna che ci liberiamo dalla leggerezza con cui l’uomo abitualmente pecca contro gli animali […]. Il bene che dobbiamo a un animale è sempre un debito di gratitudine, contratto per ciò che la creatura, soffrendo, ha guadagnato per noi. Ora, che significa rispetto per la vita umana? Che cosa m’impone? Che cosa implica condividere la vita degli uomini a me vicini? Il rispetto per la vita umana inizia con il rispetto per la propria esistenza […]. Sono convinto che, nel rispetto per la vita, vi sia qualcosa di grande e di magnifico; l’entusiasmo che ci deve guidare per tutta la vita nel servire il bene è dato come una grande silenziosa melodia».

Lorenzo Cortesi

1 Il termine tedesco Ehrfurcht dice molto di più del nostro italiano rispetto, rimanda ad una sorta di soggezione o di timore reverenziale.

BONHOEFFER: RESISTENZA E RESA

BONHOEFFER: RESISTENZA E RESA
Dobbiamo vivere nel mondo
etsi deus non daretur.
Dobbiamo vivere come uomini
che se la cavano senza Dio.
Il Dio che è con noi,
è il Dio che ci abbandona.

Widerstand und Ergebung. Brife und Aufzeichnungen aus der Haft (Resistenza e resa. Lettere e appunti dal carcere) raccoglie – come dice il sottotitolo dell’opera – gli appunti e le lettere che Bonhoeffer ha scritto in carcere tra il 5 aprile 1943 e il 7 aprile 1945. La prima edizione, pubblicata a Monaco nel 1951, è stata curata dal teologo Eberhard Bethge (1909-2000), discepolo, amico e primo biografo di Bonhoeffer, nonché marito di sua nipote. Le edizioni successive si sono arricchite di nuovi contenuti.
La maggior parte delle lettere raccolte in Resistenza e resa, sono quelle indirizzate allo stesso Bethge, oltre alle missive ai genitori, agli amici e alla fidanzata Maria von Wedemeyer (1924-1977).

Bonhoeffer descrive le esperienze della prigionia e comunica le idee che ha maturato circa la situazione politica, sociale ed ecclesiale del tempo. Tra le riflessioni più interessanti, che influenzeranno la teologia della morte di Dio e la teologia della liberazione, va menzionata la distanza nei confronti della religione, perché caratterizzata da un’impostazione metafisica di Dio. La religione si è sempre limitata a presentare un Dio tappabuchi, cioè un deus ex machina che interviene dall’esterno nei momenti del bisogno per sanare e giustificare ciò che risulta impossibile alle forze umane. Ecco cosa ha scritto Bonhoeffer a questo proposito: «Per me è nuovamente evidente che non dobbiamo attribuire a Dio il ruolo di tappabuchi nei confronti dell’incompletezza delle nostre conoscenze; se infatti i limiti della conoscenza continueranno ad allargarsi – il che è oggettivamente inevitabile – con essi anche Dio viene continuamente sospinto via, e di conseguenza si trova in una continua ritirata. Dobbiamo trovare Dio in ciò che conosciamo; Dio vuole esser colto da noi non nelle questioni irrisolte, ma in quelle risolte. Questo vale per la relazione tra Dio e la conoscenza scientifica. Ma vale anche per le questioni umane in generale, quelle della morte, della sofferenza e della colpa. Oggi le cose stanno in modo tale che anche per simili questioni esistono delle risposte umane che possono prescindere completamente da Dio. Gli uomini di fatto vengono a capo di queste domande – e così è stato in ogni tempo – anche senza Dio, ed è semplicemente falso che solo il cristianesimo abbia una soluzione per loro. Per quel che riguarda il concetto di soluzione, le risposte cristiane sono invece poco (o tanto) cogenti esattamente quanto le altre soluzioni possibili. Anche qui, Dio non è un tappabuchi; Dio non deve essere riconosciuto solamente ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita; Dio vuole essere riconosciuto nella vita, e non solamente nel morire; nella salute e nella forza, e non solamente nella sofferenza; nell’agire, e non solamente nel peccato».

Proprio durante la prigionia, in una situazione particolarmente precaria, Bonhoeffer non si è rifugiato nella scappatoia religiosa. Al contrario, ha maturato un’idea di Dio nella maggiore età del mondo, cioè in un mondo non più religioso, in un mondo senza Dio. Bonhoeffer ha voluto trovare Dio nel mezzo del mondo. Con espressioni simili a quelle sopra riportate Bonhoeffer ha scritto: «Io vorrei parlare di Dio non ai confini, ma al centro, non nella debolezza, ma nella forza, non nella morte e nella colpa, ma nella vita e nella bontà dell’uomo […]. La fede nella resurrezione non è la soluzione del problema della morte. L’aldilà di Dio non è l’aldilà delle nostre possibilità di conoscenza. La trascendenza della gnoseologia non ha nulla a che fare con la trascendenza di Dio. Egli è aldilà, in mezzo alla nostra vita».

Come abbiamo già visto nelle precedenti opere di Bonhoeffer, il fondamento delle sue affermazioni è, anche qui in Resistenza e resa, ancora una volta cristologico: il Dio di Gesù Cristo non ci rinvia nell’aldilà, non chiede di fuggire dal mondo. La religione ha sfruttato lo stato di minorità e di debolezza dell’uomo per portarlo al cristianesimo. Bonhoeffer, invece, ha voluto emancipare il cristianesimo dalla religione, recuperando l’immagine di Dio che Gesù ci ha consegnato: «Non possiamo essere onesti senza riconoscere che dobbiamo vivere nel mondo etsi deus non daretur […]. La conquista della maggiore età ci porta a un vero riconoscimento della nostra situazione davanti a Dio. Dio ci fa sapere che dobbiamo vivere come uomini che se la cavano senza Dio. Il Dio che è con noi, è il Dio che ci abbandona (Mc 15,34)1. Il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro “Dio”, è il Dio davanti al quale permanentemente stiamo. Dio si lascia cacciare fuori dal mondo sulla croce, Dio è impotente e debole nel mondo e appunto solo così egli ci sta al fianco e ci aiuta. È assolutamente evidente, in Mt 8,172 , che Cristo non aiuta in forza della sua onnipotenza, ma in forza della sua debolezza, della sua sofferenza! Qui sta la differenza decisiva rispetto a qualsiasi religione. La religiosità umana rinvia l’uomo nella sua tribolazione alla potenza di Dio nel mondo. La Bibbia, invece, rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio: solo il Dio sofferente può aiutare. In questo senso si può dire che la descritta evoluzione verso la maggiore età del mondo, con la quale si fa piazza pulita di una falsa immagine di Dio, apra lo sguardo verso il Dio della Bibbia, che ottiene potenza e spazio nel mondo grazie alla sua impotenza».

Per quanto riguarda la vecchia apologetica cristiana Bonhoeffer ha detto: «Ritengo gli attacchi dell’apologetica cristiana contro la maggiore età del mondo: primo, privi di senso; secondo, di scadente qualità; terzo, non cristiani»3.

Lorenzo Cortesi

1 All’ora nona, Gesù gridò a gran voce: Eloì, Eloì lamà sabactàni? che, tradotto, vuol dire: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mc 15,34)
2 Perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie (Mt 8,17).
3 Per quanto riguarda il superamento dell’apologetica, rinvio al mio articolo del 22 agosto 2017: https://blogphilosophica.wordpress.com/2017/08/22/dallapologetica-alla-teologia-fondamentale/

BONHOEFFER: ETHIK

BONHOEFFER: ETHIK
Non si può né si deve dire l’ultima parola
prima della penultima:
noi viviamo nelle penultime cose
e crediamo nelle ultime.

Tra la fine del 1939 e la primavera del 1943, cioè fino a poco prima del suo arresto, Bonhoeffer elaborò diverse ed ampie riflessioni sulla questione etica. Nel 1949, quattro anni dopo la sua morte, i manoscritti vennero ordinati e pubblicati a Monaco con il titolo Ethik. La nuova edizione in lingua originale, frutto di un attento studio filologico, risale al 1992.
Giancarlo Carminati su Letture (Gennaio 1981) ha individuato quattro abbozzi dell’opera.

Il primo abbozzo, collocabile tra il 1939 e il 1940 e più vicino a Nachfolge, sottolinea la centralità di Cristo, il nuovo Adamo, che ricompone l’unità spezzata dal peccato. Proclamandosi fonte del bene e del male, l’uomo si è allontanato da Dio ed è rimasto in balia della morte. L’etica cristiana ha il compito di annullare questo tentativo di conoscenza del bene e del male, che l’uomo fa a partire da se stesso, per ritrovare l’unità in Cristo. La metanoia, cioè la conversione, consiste nel ricercare la volontà di Dio a partire da Cristo. Una volta riconosciuti i segni di questa volontà, l’uomo passa all’azione.

Il secondo abbozzo risale probabilmente al settembre 1940. Il perno centrale è la conformità cristocentrica, ovvero l’assimilazione a Cristo. Ciò non è da intendersi come uno sforzo da parte dell’uomo per rendersi simile a Lui. In realtà è Cristo che agisce nell’uomo per dargli un’impronta conforme alla sua vita. La Chiesa è il luogo dove oggi Cristo è annunciato e prende forma. L’etica cristiana, perciò, non è riducibile ad una casistica, ma assume come punto di partenza la persona di Cristo. La questione come vivere la propria vita davanti a Dio? rimanda a come il Cristo può prendere forma qui e ora? Il concetto di imitatio Christi per Bonhoeffer è traducibile in quello di formazione di Cristo, cioè nel prendere forma di Cristo nella Chiesa, nella storia, nell’uomo.

Del terzo abbozzo, composto tra la fine del 1940 e l’inizio del 1941, vanno segnalati in particolare due scritti: Le cose ultime e penultime e Cristo, la realtà, il bene. Le realtà ultime, che prevedono un salto con il passato, sono la giustificazione del peccatore per grazia. Le realtà penultime, che vengono considerate tali dopo che si è fatta la scoperta delle realtà ultime, sono l’essere uomo e l’essere buono. Sappiamo cosa significhi essere uomo ed essere buono solo a partire dalle realtà ultime: «pertanto la giustificazione è condizione e fondamento dell’esistenza umana». È Gesù Cristo che permette il superamento dell’eventuale conflitto tra creazione e redenzione (tra penultimo e ultimo). Gesù Cristo in quanto uomo, assume l’umanità, ma in quanto crocefisso pronuncia la condanna a morte del mondo. In quanto risorto Gesù Cristo non sopprime il penultimo, anzi la vita nuova irrompe sempre più potentemente nel mondo e si crea un suo spazio.

Il quarto abbozzo risale molto probabilmente all’estate del 1941. Bonhoeffer riflette sul tema della responsabilità: l’uomo è totalmente responsabile di se stesso e degli altri di fronte a Dio. A fondamento di questo principio troviamo ancora una volta la cristologia. Gesù Cristo è il vero uomo responsabile che ha portato su di sé tutta l’umanità: il culmine del suo essere-per-gli-altri è stata la morte vicaria. L’essere di Cristo per gli altri diventa così decisivo per il cristianesimo. Nella cristonomia viene superata la contrapposizione tra morale autonoma ed eteronoma.

Lorenzo Cortesi

BONHOEFFER: GEMEINSAMES LEBEN

BONHOEFFER: GEMEINSAMES LEBEN
Christliche Bruderschaft ist nicht ein Ideal,
das wir zu verwirklichen hätten,
sondern es ist eine von Gott
in Christus geschaffene Wirklichkeit,
an der wir teilhaben dürfen


L’esperienza vissuta a Finkenwald con il gruppo dei seminaristi della Chiesa Confessante ha consentito a Bonhoeffer di vivere l’aspetto ecclesiale del cristianesimo attraverso il valore della comunità spirituale. Tale esperienza è confluita nell’opera Gemeinsames Leben (Vita comune) pubblicata nel 1939.

Bonhoeffer parte dalla consapevolezza che la comunità cristiana non si fonda su un desiderio umano o su un sentimento interiore, ma sulla grazia. Non è una realtà psichica, ma spirituale: «L’amore psichico vive di un’oscura bramosia incontrollata e incontrollabile; l’amore spirituale vive nella chiarezza e nel servizio ordinato dalla verità. L’amore psichico lega, produce asservimento e irrigidimento; l’amore spirituale porta frutti che crescono all’aperto, sotto la pioggia e la tempesta, al sole, in pieno vigore, come piace a Dio».
La comunità non è un ideale umano, che noi dobbiamo realizzare, ma una realtà divina che si costruisce a partire da Cristo. Il fondamento della comunità è, perciò, cristologico: «Dato che Cristo sta tra me e l’altro, non devo desiderare una comunione immediata con questo. Come solo Cristo poteva parlare con me in modo da soccorrermi realmente, così anche l’altro può essere aiutato solo da Cristo stesso. Ma ciò significa che devo lasciare libero l’altro e non tentare di determinare le sue decisioni, costringerlo o dominarlo con il mio amore. Essendo libero da me, l’altro vuole essere amato così come è veramente, cioè come un uomo per il quale Cristo ha conquistato la remissione dei peccati ed al quale ha preparato la vita eterna […]. L’amore spirituale resterà costante affidando, in tutto ciò che dice e che fa, il prossimo a Cristo. Non tenterà di suscitare nel suo animo emozioni cercando di influenzarlo troppo personalmente ed immediatamente, o intervenendo nella sua vita in maniera impura; non proverà piacere nell’eccitazione dei sentimenti e nell’eccessivo ardore religioso; ma lo incontrerà con la chiara Parola di Dio e sarà pronto a lasciarlo solo con questa Parola per un lungo periodo, a lasciarlo di nuovo libero, perché Cristo possa operare in lui».

Seguono poi alcune considerazioni, che meritano grande attenzione: la giornata della comunità, il silenzio nell’ascolto della Parola, il servizio fraterno, la confessione e la santa cena.

Lorenzo Cortesi

BONHOEFFER: NACHFOLGE

BONHOEFFER: NACHFOLGE
Billige Gnade ist der Todfeind unserer Kirche.
Unser Kampf heute geht um die teure Gnade

In una lettera del 1936 indirizzata ad un conoscente, Bonhoeffer confidò che alcuni anni prima, esattamente nel 1933, nella sua vita vi fu una svolta: la lettura spirituale della Bibbia e in particolare le pagine del discorso della montagna del Vangelo secondo Matteo lo liberarono dall’ambizione, che fino ad allora aveva guidato la sua vita, per consacrarlo totalmente alle esigenze della Parola di Dio.
Ecco alcuni stralci di questa lettera: «Mi buttai a lavorare in modo poco cristiano. Un’ambizione che vari mi hanno fatto notare, mi ha reso la vita difficile […]. Poi sopraggiunge qualcos’altro qualcosa che non ha cessato di cambiare, imprimendo una svolta alla mia vita fino ad oggi. Mi accosto alla Bibbia per la prima volta. Avevo già predicato spesso, avevo già visto molto della Chiesa, ne avevo parlato e predicato e non era ancora diventato cristiano […]. So di aver ricavato allora dalla causa di Cristo un vantaggio per me stesso. Prego Dio che questo non abbia mai più a ripetersi.
Anche quanto a pregare, non l’avevo mai fatto o troppo poco. Ero del tutto contento e fiducioso di me. Mi ha liberato la Bibbia, specialmente il discorso della montagna. Da allora in poi tutto è cambiato. L’ho avvertito chiaramente. Fu una grande Liberazione. Allora mi divenne chiaro che la vita di un servitore di Cristo deve appartenere alla Chiesa e passo passo divenne sempre più evidente fino a che punto. Poi ci fu la crisi del 1933. Essa mi ha rafforzato per questa via […]. Per me tutto stava ora nel rinnovamento della Chiesa e della condizione di pastore […]. Ho davanti la vocazione cosa Dio voglio farne non lo so […]. La strada deve essere percorsa. Forse non è nemmeno così lunga […]. È bello però avere questa vocazione […]. Io credo che lo splendore di questa vocazione ci apparirà solo in tempi venturi se pure potremmo resistere fino alla fine».

A questo periodo appartengono Nachfolge (Sequela) e Gemeinsames Leben (Vita Comune). Questi scritti si differenziano dai due precedenti Sanctorum Communio e Akt und Sein, perché non sono nati nel contesto accademico, ma a Finkenwalde, dove Bonhoeffer dirigeva il seminario per la formazione dei futuri pastori della Bekennende Kirche.

L’imperativo che risuona in Nachfolge è quello della chiamata alla fede, all’obbedienza a Cristo, di fronte al quale l’uomo decidersi, cioè tagliare con il passato per un nuovo exsistere. L’uomo esce fuori da sé, dalle sue certezze e dalle sue sicurezze per abbandonarsi totalmente a Dio. La sequela di Cristo consiste nell’obbedienza al Vangelo nelle sue espressioni letterarie. Sequela è grazia a caro prezzo, perché è costata la vita al Figlio di Dio.
Il nemico mortale della Chiesa è la grazia a buon prezzo: «Grazia a buon prezzo è annunzio del perdono senza pentimento, è battesimo sena disciplina di comunità, è santa cena senza confessione di peccati, è assoluzione senza confessione personale. Grazie a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza croce, grazia senza Cristo vivente, incarnato».

La grazia a caro prezzo, invece, è «il tesoro nascosto nel campo, per amore del quale l’uomo va a vendere con gioia tutto ciò che aveva; la pietra preziosa, per il cui valore il mercante dà tutti i suoi beni; la signoria regale di Cristo, per amore del quale l’uomo strappa da sé l’occhio che lo scandalizza; la chiamata di Gesù Cristo, per cui il discepolo abbandona le reti e si pone alla sua sequela. Grazia a caro prezzo è il Vangelo, che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve sempre di nuovo bussare. È a caro prezzo, perché chiama alla sequela; è grazia, perché chiama alla sequela di Gesù Cristo; è a caro prezzo, perché costa all’uomo il prezzo della vita, è grazia, perché proprio in tal modo gli dona la vita; è a caro prezzo, perché condanna il peccato, è grazia, perché giustifica il peccatore. La grazia è a caro prezzo soprattutto perché è costata cara a Dio, perché gli è costata la vita di suo Figlio: “siete stati riscattati a caro prezzo” (1Cor 6,20) e perché non può essere a buon mercato per noi ciò che è costato caro a Dio. E’ grazia soprattutto perché Dio non ha ritenuto troppo elevato il prezzo di suo Figlio per la nostra vita, ma lo ha dato per noi. Grazia a caro prezzo è l’incarnazione di Dio».

Nella prima parte di Nachfolge Bonhoeffer presenta alcune meditazioni sulla chiamata al discepolato e su diversi passi del discorso della montagna del Vangelo secondo Matteo e sull’invio in missione dei discepoli. Nella seconda parte, sempre in un contesto meditativo, Bonhoeffer affronta alcune tematiche come la Chiesa di Gesù Cristo e la sua obbedienza, il battesimo, il corpo di Cristo, la comunità visibile, i santi, l’immagine di Cristo.

Karl Barth considerava Nachfolge quanto di meglio Bonhoeffer ci avesse lasciato.

Lorenzo Cortesi

IL TESORO NEL CAMPO E LA PERLA PREZIOSA

 IL TESORO SEPOLTO NEL CAMPO
E LA PERLA PREZIOSA

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo;
un uomo lo trova e lo nasconde;
poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante
che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore,
va, vende tutti i suoi averi e la compra.
(Mt 13,44-46)   

Tesoro nel campo.jpg
Tesoro nascosto nel campo – Rembrandt

I protagonisti di queste due piccole parabole, a prima vista, sembrerebbero l’uomo che trova il tesoro nel campo e il mercante che va alla ricerca di una perla di grande valore. Dalla struttura del periodo, infatti, i soggetti di quasi tutti i verbi sono i due uomini che trovano una fortuna straordinaria. Ma la logica grammaticale e sintattica non hanno nulla a che vedere con il modo di procedere del Vangelo. In realtà i protagonisti delle due parabole sono il tesoro nel campo e la perla di grande valore, perché si impadroniscono della mente e del cuore dei due uomini fino a produrre un cambiamento radicale della loro vita.
E quando un uomo ha speso tutto per entrare in possesso del tesoro o della perla preziosa non ha più nulla da recriminare, non lamenta quello che ha lasciato, ma gode di quello che ha trovato.

Mettiamo a confronto, per un momento, l’agire dei due personaggi: il contadino trova un tesoro che non stava cercando, il mercante una perla di grande valore che stava cercando. Si tratta di un particolare che non va trascurato. Che significa? Il Signore si fa trovare da quelli che lo cercano: «Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: Eccomi!» (Is 58,9); ma anche da quelli che non lo cercano: «Mi feci ricercare da chi non mi interrogava, mi feci trovare da chi non mi cercava. Dissi: Eccomi, eccomi, a gente che non invocava il mio nome» (Is 65,1).
È sempre Lui il protagonista che ci precede nella ricerca del suo volto. Sant’Agostino, l’inquieto ricercatore, prestando la sua voce a Dio ha detto: «Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato». Si tratta di un processo infinito che ci accompagna per tutta la vita. Ogni traguardo che crediamo di aver raggiunto nella ricerca di Dio è sempre un punto di partenza per una nuova ricerca.  Per questo Agostino pregava così: «Donami, o Dio, la forza di cercarti e, una volta che ti ho trovato, di ricercarti ancora».

Lorenzo Cortesi