BERGSON: LO SLANCIO VITALE

BERGSON: LO SLANCIO VITALE

verso la liberazione della materia

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Nell’opera L’evoluzione creatrice, pubblicata nel 1907, Bergson ha introdotto l’espressione slancio vitale (élan vital). Che cosa significa? Lo slancio vitale è una sorta di forza spirituale che entra nella materia per liberarla e trasformarla in modo istintivo o razionale.
Ecco che cosa ha detto espressamente Bergson: «Lo slancio di vita di cui parliamo consiste, in sostanza, in un’esigenza di creazione. Esso non può creare in modo assoluto perché trova davanti a sé la materia, cioè il movimento opposto al proprio; ma esso si impadronisce di questa materia, che è pura necessità, e tende ad introdurre in essa la maggior somma possibile d’indeterminazione e di libertà».

Per capire il senso dello slancio vitale, caratteristica specifica dell’essere umano, bisogna tener presente il confronto con la natura e in modo specifico con la specie animale:
«Nell’animale l’invenzione non è mai altro che una variazione sullo stesso tema fisso usuale: chiuso nelle abitudini della specie, esso arriva, certo, ad allargarle con la sua iniziativa individuale, ma sfugge all’automatismo per un solo istante, esattamente il tempo di creare un nuovo automatismo, e le porte della sua prigione si richiudono appena aperte, dato che tirando la sua catena esso riesce soltanto ad allungarla. Nell’uomo, la coscienza spezza la catena, solo nell’uomo essa si libera: fino a lui tutta la storia della vita era stata uno sforzo della coscienza per sollevare la materia, ed una compressione più o meno completa della coscienza da parte della materia che sulla prima ricadeva».

Perciò Bergson ha parlato di biforcazioni evolutive dello slancio vitale. La prima ha originato la distinzione tra piante ed animali. I vegetali sono capaci di fabbricare quelle sostanze organiche che servono loro da nutrimento (funzione clorofilliana). Gli animali, che invece hanno dovuto andare in cerca di cibo, si sono evoluti acquistando la capacità di spostarsi e soprattutto una coscienza sempre più sveglia. Lo slancio vitale, quindi, ha portato i vegetali alla funzione clorofilliana e gli animali a darsi centri nervosi.
Negli animali ci sono state ulteriori biforcazioni: da una parte echinodermi e molluschi, che sono finiti in un vicolo cieco, dall’altra artropodi e vertebrati. L’evoluzione degli artropodi ha raggiunto il suo culmine negli insetti, mentre quella dei vertebrati nell’uomo.

Questa teoria dello slancio vitale fu contestata sul piano scientifico da Jacques Monod  (1910-1976), premio Nobel per la medicina, nell’opera Il caso e la necessità.

Lorenzo Cortesi

 

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BERGSON: IL TEMPO DELLA SCIENZA E IL TEMPO DELLA VITA

BERGSON: IL TEMPO DELLA SCIENZA E IL TEMPO DELLA VITA

 à la recherche du temps perdu

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Henri Bergson (1859-1941) è stato un esponente di spicco dello spiritualismo evoluzionistico, corrente di pensiero sorta in contrapposizione al positivismo. Secondo lo spiritualismo la scienza non può essere assolutizzata come se fosse l’unica forma di conoscenza certa e sicura, perché all’individuo è data la possibilità di conoscer anche una realtà di natura spirituale. Da qui l’importanza assegnata alla coscienza e all’introspezione.

Tra le opere principali di Bergson ricordiamo:
1889: Saggio su dati immediati della coscienza (Essai sur les données immédiates de la conscience)  1896: Materia e memoria (Matière et Mémoire)
1900: Il riso (Le rire)
1907: L’evoluzione creatrice (L’Evolution créatrice)
1919: L’energia spirituale (L’Énergie spirituelle)
1922: Durata e simultaneità (Durée et Simultanéité).

Nel 1927 Bergson ottenne il premio Nobel per la letteratura.

Bergson ha distinto tra il tempo della scienza e il tempo della vita. Il primo è comprensibile quantitativamente: è il tempo dell’orologio, dove ogni istante ha la stessa identità. Il secondo, invece, è composto da istanti che si distinguono qualitativamente: il tempo è più lungo o più corto in base allo stato d’animo dell’individuo.
Il tempo della scienza è reversibile: un esperimento può essere ripetuto più volte.
Il tempo della vita è irreversibile: un’occasione mancata non è più recuperabile, un’esperienza realizzata non è più modificabile. Non si può ritornare indietro e rifare quello che non si è fatto o cambiare quello che si è fatto male.
Questa visione bergsoniana del tempo della vita ha ispirato Marcel Proust quando ha scritto Alla ricerca del tempo perduto (À la recherche du temps perdu), opera pubblicata in sette volumi tra il 1913 1 il 1927.
Il tempo della scienza è una costruzione di tipo fisico-matematico:
Il tempo della vita coincide con il fluire autocreativo della coscienza.

Il tempo della vita è reso con il termine durata, ovvero un’unica e fluida corrente: «Più approfondiremo la natura del tempo, più comprenderemo che durata significa invenzione, creazione di forme, elaborazione continua dell’assolutamente nuovo […]. Appena usciamo dagli schemi in cui il meccanicismo e il finalismo radicale tengono chiuso il nostro pensiero, la realtà ci sppare come uno zampillo incessante di novità».

Bergson paragona il tempo della scienza ad una collana di perle tutte uguali e distinte tra loro e il tempo della vita ad un gomitolo o ad una valanga che continuamente evolvono e crescono su se stessi.

Va precisato che la coscienza non sta solo all’origine del tempo della vita. Infatti, anche il tempo della scienza è fondato sulla coscienza. Se non ci fosse la coscienza misuratrice del tempo, non vi sarebbe nessun tempo.

Lorenzo Cortesi

 

MEDITATION ON GOD’S INUTILITY

MEDITATION ON GOD’S INUTILITY

una presentazione in inglese

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God and evil, faith and reason, religion and science, faith and religion: the author offers theological and philosophical order speeches based on years of studies as narratives.
The speeches collected in this volume aim to leave a door open on dialogue, so that the encounter with others does not become reason of confrontation, but rather opportunity for discussion. In fact, who stands on the side of faith can incurring the risk of be depositary of a truth that can never be questioned. But then what would be the dialogue? Would be unnecessary and ineffective. Certainly for a Christian the truth is Jesus Christ, but the way to reach it is not given once and for all. The approach to the truth can only be gradual: Veritas indaganda est.

Lorenzo Cortesi

L’INUTILITÀ DI DIO

L’INUTILITÀ DI DIO

narrazioni filosofiche e teologiche

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Prossimamente in libreria L’inutilità di Dio. Narrazioni filosofiche e teologiche, ed. Tau, Todi (PG), pp. 215.

I primi links:
https://www.lafeltrinelli.it/libri/lorenzo-cortesi/l-inutilita-dio-narrazioni-filosofiche/9788862446662
https://www.libreriadelsanto.it/libri/9788862446662/linutilita-di-dio.html
https://www.libreriauniversitaria.it/inutilita-dio-narrazioni-filosofiche-teologiche/libro/9788862446662
https://www.amazon.it/LInutilit%C3%A0-Dio-Narrazioni-filosofiche-teologiche/dp/8862446667/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1524514878&sr=1-1&keywords=l%27inutilit%C3%A0+di+dio

Nella quarta di copertina si legge:
«Dio e il male, la fede e la ragione, religione e scienza, fede e religione: l’autore offre discorsi di ordine filosofico e teologico frutto di anni di studi, come fossero narrazioni.
I discorsi raccolti in questo volume mirano a lasciare una porta aperta sul dialogo, così che l’incontro con l’altro non diventi motivo di scontro, ma al contrario occasione di confronto. Infatti, chi si pone dalla parte della fede può incorrere nel rischio di ritenersi depositario di una verità che non può mai essere messa in discussione. Ma in tal caso che senso avrebbe il dialogo? Risulterebbe superfluo ed inefficace. Certamente per un cristiano la verità è Gesù Cristo, ma il cammino per giungervi non è dato una volta per tutte. L’approccio alla verità non può che essere graduale: Veritas indaganda est».

Lorenzo Cortesi

 

LE CARATTERISTICHE DELL’ETICA STOICA

LE CARATTERISTICHE DELL’ETICA STOICA

la ricerca della felicità

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Zenone di Cizio – Particolare della Scuola di Atene – Raffaello

Lo scopo dell’etica per gli stoici è il conseguimento della felicità: si tratta, quindi, di un’etica eudemonistica, rispetto a quella epicurea che era edonistica.
La felicità si raggiunge vivendo secondo natura, cioè secondo il logos divino. Il vivere secondo natura è espresso con il termine oikeiosis, che i traduce con approvazione o attrazione, ma che letteralmente significa vivere in modo da sentirsi a casa propria, vivere riconciliati con se stessi. Questa tendenza al raggiungimento dell’oikeiosis è inconsapevole nei vegetali, istintiva negli animali e razionale negli uomini.

Gli stoici hanno diviso tra bene, male e indifferenti:
1. Bene morale: è tutto ciò che conserva il nostro essere o lo accresce. E poiché il nostro vero essere è il logos, il bene coincide con il raggiungimento di un pensiero armonico ed equilibrato.
2. Male morale: è tutto ciò che danneggia il nostro essere, il nostro logos.
3. Indifferenti (adiafora), cioè né bene né male: ciò che riguarda il corpo, ovvero tutte le situazioni fisiche o biologiche positive (salute, ricchezza, forza, bellezza, etc.) e negative (malattia, povertà, debolezza, bruttezza, etc.); essere imperatore o essere schiavo.

Lo stoico, che ha cura del suo logos, non deve permettere alle passioni di scomporre e turbare la sua vita. Ogni passione è turbamento dell’anima. La felicità consiste nell’apatia. Si nota un collegamento con la filosofia epicurea che insegnava l’atarassia (assenza di turbamento spirituale) e l’aponia (assenza di turbamento fisico).

Lorenzo Cortesi

 

STOICISMO: TRA LIBERTÀ E NECESSITÀ

STOICISMO: TRA LIBERTÀ E NECESSITÀ

Ducunt volentem fata,
nolentem trahunt

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Zenone di Cizio – Cipro – 2 gennaio 2014

La visione epicurea del mondo è contrassegnata dall’assenza di una finalità e di un progetto. Nel mondo degli stoici, invece, c’è un progetto provvidenziale, razionale, logico, perché tutto è attraversato e informato dai semi divini o dai logoi. Ma se tutto avviene necessariamente, secondo un disegno divino, che ne è della libertà umana?

Gli stoici hanno cercato di risolvere il problema introducendo due cause: la causa esterna e la causa principale.
1. La prima non dipende dall’uomo, è necessaria ed inevitabile.
2. La causa principale, invece, dipende dall’uomo, cioè dalla sua volontà; l’uomo è libero di dare il suo assenso o il suo diniego agli avvenimenti (che gli stoici chiamano rappresentazioni). È molto esemplificativa al riguardo questa immagine cara agli stoici: L’uomo è come un cane legato ad un carro. Il cane ha due possibilità: seguire amabilmente il percorso del carro o porre resistenza. La strada da percorrere sarà la stessa in entrambi i casi; ma se ci si adegua all’andatura del carro, il tragitto sarà dolce. Se, al contrario, si oppone resistenza, l’andatura sarà penosa e dolorosa.

Seneca ha tradotto questa immagine del cane legato al carro con una sentenza: «Ducunt volentem fata, nolentem trahunt».

 

Lorenzo Cortesi

 

 

 

STOICISMO: TUTTO È PERVASO DAL LOGOS DIVINO

STOICISMO: TUTTO È PERVASO DAL LOGOS DIVINO

punti di contatto con il cristianesimo delle origini

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Zenone di Cizio

Secondo la tradizione il fondatore dello stoicismo è stato Zenone di Cizio, filosofo greco di origine fenicia, vissuto all’incirca tra il 335 e il 263 a.C.
Una delle caratteristiche peculiari dello stoicismo riguarda l’unità tra la natura e la morale, perché le leggi dell’una e dell’altra coincidono. Il mondo è tutto penetrato dai semi del logos e tra questo macrocosmo e l’uomo (microcosmo) c’è  perfetta armonia. Perciò l’uomo che vive secondo natura ha raggiunto il grado più alto di virtù.

La teologia neotestamentaria e lo stoicismo dei primi secoli dell’era cristiana si sono ritrovati attorno a diversi temi:
1. L’esistenza del cosmo e la vita dell’uomo sono segnate dalla presenza della provvidenza (pronoia) divina o logos divino.
2. L’escatologia stoica, che prevede un incendio del mondo, ovvero la conflagrazione universale (ecpirosi), alla quale seguirà un mondo nuovo (palingenesi), presenta punti di contatto con le concezioni apocalittiche del giudaismo e del cristianesimo delle origini.
3. La morale: molti punti della morale stoica e cristiana coincidono.

Per molto tempo si pensava anche ad una corrispondenza epistolare tra san Paolo e lo stoico Seneca. Ma ormai si è stabilito che le sei lettere di san Paolo e le otto lettere di Seneca sono apocrife e risalgono ad uno o più autori del IV secolo a noi sconosciuti. Non è però da escludersi che a Roma i due si siano incontrati e frequentati.

Lorenzo Cortesi