PLATONE: L’ELOGIO DI SOCRATE

PLATONE: L’ELOGIO DI SOCRATE

Simposio (sesta parte)

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Verso la fine del Simposio Platone fa pronunciare ad Alcibiade l’elogio di Socrate, paragonandolo ad un sileno e in particolare del satiro Marsia:
«Per fare l’elogio di Socrate, amici, ricorrerò a delle immagini. Son sicuro che lui penserà che voglia scherzare, e invece sono serissimo, perché voglio dire la verità. Io dichiaro dunque che Socrate è in tutto simile a quelle statuette dei sileni che si vedono nelle botteghe degli scultori, con in mano zampogne e flauti. Se si aprono, dentro si vede che c’è la statua di un dio. E aggiungo che ha tutta l’aria di Marsia, il satiro: eh sì, Socrate, gli somigli proprio, non vorrai negarlo! E non solo nell’aspetto! Ascoltami bene: non sei forse sempre tracotante? Se lo neghi, io produrrò dei testimoni. Ma, si dirà, Socrate è forse un suonatore di flauto? Sì, e ben più bravo di Marsia. Lui incantava tutti con quel che riusciva a fare col flauto, tanto che ancora oggi chi vuol suonare le sue arie deve imitarlo. Anche le musiche di Olimpo, io dico che erano di Marsia, il suo maestro. Le sue arie, suonate da un grande artista o da una ragazzina alle prime armi, sono sempre le sole capaci di incantarci, di farci sentire quanto bisogno abbiamo degli dèi: ci vien voglia di essere iniziati ai misteri, perché quelle musiche sono divine».

Ma Socrate è ben più di Marsia, perché ciò che il satiro produce con la musica, Socrate lo fa con le parole:
«Tu, Socrate, sei diverso da Marsia solo in questo, che non hai affatto bisogno di strumenti musicali per ottenere gli stessi risultati: ti bastano le parole. Una cosa è certa e dobbiamo dirla: quando ascoltiamo un altro oratore, il suo discorso non interessa quasi nessuno. Ma ascoltando te, o un altro – per mediocre che sia – che riporta le tue parole, tutti, ma proprio tutti, uomini, donne, ragazzi, siamo colpiti al cuore: qualcosa che non ci fa star tranquilli si impadronisce di noi».

Quale impressione produceva Socrate sui suoi ascoltatori? Un misto di attrazione per il fascino delle sue parole e di avversione per la gravità di quelle stesse parole che richiedono nell’ascoltatore  un cambiamento radicale di vita:
«Quanto a me, amici, non vorrei sembrarvi del tutto ubriaco, ma bisogna che vi dica – come se fossi sotto giuramento – quale impressione ho avuto nel passato, ed ho ancora, ad ascoltare i suoi discorsi. Quando lo sento parlare, il mio cuore si mette a battere più forte di quello dei Coribanti in delirio e mi emoziono sino alle lacrime: e ne ho vista di gente provare le stesse emozioni. Ora, ascoltando Pericle ed altri grandi oratori, mi accorgevo certo che parlavano bene, ma non provavo niente di simile: la mia anima non era travolta, non sentiva il peso della schiavitù in cui era ridotta. Ma lui, questo Marsia, mi ha spesso messo in un tale stato da farmi sembrare impossibile vivere la mia vita normale – e questo, Socrate, non dirai che non è vero. E ancora adesso – lo so benissimo – se accettassi di prestar ascolto alle sue parole, non potrei fanne a meno: proverei le stesse emozioni. Socrate con i suoi discorsi mi obbliga a riconoscere i miei limiti: io non cerco di migliorare me stesso, e continuo lo stesso ad occuparmi degli affari degli Ateniesi. Devo quindi fare violenza a me stesso, tapparmi le orecchie come se dovessi fuggire dalle Sirene, devo andar via per evitare di passare con lui il resto dei miei giorni. Soltanto davanti a lui ho provato un sentimento che nessuno si aspetterebbe di trovare in me: io ho avuto vergogna di me stesso. Socrate è il solo uomo davanti al quale io mi sia vergognato. E questo perché mi è impossibile – ne sono perfettamente cosciente – andargli contro, dire che non devo fare quello che mi ordina; ma appena mi allontano, cedo al richiamo degli onori della folla intorno a me. Allora mi nascondo, come uno schiavo scappo via, ma quando lo rivedo mi vergogno per quel che prima ero stato costretto ad ammettere. Ci sono volte che non vorrei più vederlo al mondo, ma se questo accadesse so che sarei infelicissimo. Così, io non so proprio che cosa fare con quest’uomo.
Ecco l’effetto delle sue arie da flauto, su di me e su tanti altri: ecco cosa questo satiro ci fa subire. Ma ascoltate ancora: voglio proprio mostrarvi come somigli alle statuette a cui l’ho già paragonato, e come il suo potere sia straordinario».

In questo lungo discorso, in cui si tesse l’elogio di Socrate, si allude anche al non sapere e all’ironia, caratteristiche costanti del modo di atteggiarsi del filosofo:
«D’altra parte lui ignora tutto, non sa mai niente – questa almeno è l’immagine che vuol dare. Non è questa la maniera di fare di un sileno? Sì certo, perché questa è l’immagine esterna, come quella della statuetta di sileno. Ma all’interno? Una volta aperta la statuetta, avete idea della saggezza che nasconde? Amici miei, sappiatelo: che uno sia bello, a lui non interessa affatto, non se ne accorge neppure – da non credersi – e lo stesso accade se uno è ricco o ha tutto quello che la gente ritiene invidiabile avere. Per lui, tutto questo non ha alcun valore, e noi non siamo niente ai suoi occhi, ve lo assicuro. Passa tutta la sua giornata a fare il sornione, trattando con ironia un po’ tutti. Ma quando diventa serio e la statuetta si apre, io non so se avete mai visto che immagini affascinanti contiene. Io le ho viste, simili agli dèi, preziose, perfette e belle, straordinarie: e così mi son sentito schiavo della sua volontà».

Come i sileni, anche Socrate è brutto fuori, ma è bello dentro.

Lorenzo Cortesi

 

 

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PLATONE: RIMEDIO CONTRO IL SINGHIOZZO

PLATONE: RIMEDIO CONTRO IL SINGHIOZZO

Simposio (quinta parte)

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Platone racconta che, nel bel mezzo del Simposio, Aristofane fu colto da un improvviso singhiozzo, o perché aveva mangiato troppo o per qualche altro motivo. Il medico Erissimaco, che era sdraiato a fianco di Aristofane, gli suggerì il modo per superare quel fastidioso singhiozzo che gli impediva di parlare: fare dei gargarismi  con l’acqua o trattenere il respiro oppure irritare il naso per provocare uno starnuto.

Aristofane cercò subito di mettere in pratica i suggerimenti di Erissimaco. Il rimedio più efficacee fu lo starnuto. Alla fine Aristofane disse: «Sì, il singhiozzo mi è passato, ma non prima di aver applicato lo starnuto; sicché mi fa meraviglia  che il giusto ordinamento del corpo desideri questo tipo di rumori e sollecitamenti quale è appunto lo starnuto, dato che, non appena ho applicato lo starnuto, il singhiozzo mi è passato immediatamente».

Che dire? Filosofia spicciola. Provare per credere!

Lorenzo Cortesi

 

PLATONE: L’INNO ALL’AMORE

PLATONE: L’INNO ALL’AMORE

Simposio (quarta parte)

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Nel descrivere le proprietà e le caratteristiche di Eros, Platone ha elaborato una sorta di ode all’Amore che, in alcuni passaggi, ricorda molto  da vicino l’inno all’Amore e l’elenco dei frutti dello Spirito d’Amore, che san Paolo, qualche secolo dopo, ha elaborato rispettivamente nella Prima Lettera ai Corinti (13,1-13) e nella Lettera ai Galati (5,16-25).

Ecco l’ode di Platone all’Amore:
«Le discordie degli dèi si composero,
quando sopraggiunse Amore,
che era evidentemente amore di bellezza,
perché amore di bruttezza non esiste.
[…].
Nel momento in cui nacque questo dio,
a causa dell’amore delle cose belle
venne agli dèi e agli uomini ogni bene.
[…].
Amore ci spoglia dell’alterità
e ci riempie di affinità.
[…].
Amore produce dolcezza e allontana rozzezza:
fa dono di benevolenza ed è incapace di malevolenza;
è benigno e buono;
è contemplabile dai sapienti ed è mirabile per gli dèi,
invidiabile per quelli che non hanno fortuna,
acquistato da chi è felice,
padre di delicatezza, di rilassatezza, di tenerezza,
di grazie, di desiderio e di passione.
È pieno di cura per i buoni
e trascura i malvagi.
Nella fatica, nella paura, nella passione e nella parola
è timoniere, aiuto, sostenitore, salvatore eccelso.
È ornamento di tutti gli dei e di tutti  gli uomini.
È guida bellissima e bravissima,
che tutti gli uomini devono seguire,
cantandolo in maniera bella,
partecipando all’ode che egli canta,
incantando il pensiero di tutti gli dèi e di tutti gli uomini.
[…].
Amore ha una potenza vasta e grande,
anzi, una potenza universale».

Lorenzo Cortesi

 

PLATONE: IL MITO DELL’ANDROGINO

PLATONE: IL MITO DELL’ANDROGINO

Simposio (terza parte)

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Per spiegare in che modo l’amore scenda nel cuore degli uomini, Platone, nel dialogo Il simposio, ha raccontato il mito dell’androgino. In principio  «la nostra natura non era qual è ora, ma era diversa», perché l’uomo e la donna costituivano una sola figura, erano una cosa sola, con quattro braccia, quattro gambe, due volti. Erano creature  mostruose e «terribili per forza e per vigore». Allora Zeus decise di tagliare questi esseri in due parti, «come quelli che tagliano le uova con un crine». E una volta divisi essi furono dispersi, divennero più deboli e più mansueti, ma nello stesso tempo sbocciò in loro l’amore, come ricerca dell’altra metà originaria: «ciascuno di noi, pertanto, è come una controparte di uomo, diviso com’è da due in uno, come le sogliole. E così ciascuno cerca sempre l’altra controparte che gli è propria». Proprio per questo «il nome amore si riferisce  al desiderio e all’aspirazione dell’intero». Il bene più grande che può toccarci nella vita consiste «nell’incontrare un amato che abbia un animo che corrisponda al nostro» per ricomporre l’unità originaria. Purtroppo si tratta di un’impresa che risulta più difficile del previsto, perché trovare «i nostri amati è una cosa che solo pochi oggi riescono a fare».

Laddove però l’amore si realizza, ecco sprigionarsi un germe di immortalità: «L’unione dell’uomo e della donna comporta un parto. E questa è una cosa divina. Nell’esser vivente mortale vi è questo immortale: la gravidanza e la generazione». Nell’istante del ricongiungimento gli amanti attuano una tangente con il divino e un senso di immortalità li avvolge, perché in un certo qual modo sanno che non moriranno quando arriverà il compimento dei loro anni, ma continueranno a sopravvivere nel figlio.

Lorenzo Cortesi

[Questa pagina è un breve estratto dell’articolo che ho pubblicato sul settimanale Il Corriere d’Italia il 24 dicembre 1994].

 

 

PLATONE: LA NASCITA DI EROS

PLATONE: LA NASCITA DI EROS

Simposio (seconda parte)

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Nella parte centrale del Simposio Platone ha riportato il grande discorso di Socrate con la sacerdotessa Diotima di Mantinea. Vale la pena rileggere quella parte che tratta del concepimento di Eros. Va sottolineata soprattutto la natura intermedia di Eros e la componente materna e paterna della sua persona. Ecco il brano in questione:

«Il dio non ha relazione con l’uomo, ma attraverso Eros avviene ogni contatto e dialogo tra gli dèi e gli uomini o quando vegliano o quando dormono […]. “E suo padre e sua madre chi sono?”, chiesi io. “È  piuttosto lungo da esporre”, rispose, “ma te lo dirò. Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poros, figlio di Metide. Dopo che ebbero banchettato, siccome c’era stato un grande pranzo, venne Penia a mendicare e se ne stava sulla porta. Poros, ebbro di nettare – il vino non c’era ancora – se ne andò nel giardino di Zeus, e appesantito dal cibo, si addormentò. Penia dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poros, si stese accanto a lui e rimase incinta di Eros. Anche per questo è seguace e servitore di Afrodite essendo stato concepito nel genetliaco di essa e poiché per natura è amante del bello, e Afrodite è bella, Eros dunque perché è figlio di Poros e di Penia è stato posto in tale sorte. Per prima cosa è sempre povero, e manca molto che sia delicato e bello, quale molti lo reputano: è duro, sudicio, scalzo, senza casa, sempre nudo per terra, e dorme sotto il cielo presso le porte o per le strade, e poiché ha la natura della madre si trova a convivere sempre con l’indigenza. Secondo l’indole del padre invece sempre insidia chi è bello e chi è buono; è coraggioso, protervo, caparbio, cacciatore terribile, sempre dietro a macchinare qualche insidia, desideroso di capire, scaltro, inteso a speculare tutta la vita, imbroglione terribile, maliardo e sofista».

Il passaggio successivo consiste nell’applicare la figura di Eros a quella del filosofo, per la sua struttura mediana:

«Per natura non è immortale né mortale e talora nello stesso giorno fiorisce e vive, quando prospera, ma talvolta muore e resuscita ancora, proprio per la natura del padre; e quel che accumula sempre si dilegua, tanto che Eros non si trova mai né in povertà né in ricchezza, e si trova sempre in mezzo a sapienza e ignoranza. La cosa infatti sta così: nessuno degli dèi fa filosofia, né desidera essere sapiente; lo è già, né, se vi è qualcun altro sapiente, fa filosofia, né d’altra parte gli ignoranti fanno filosofia, né desiderano diventare sapienti. Poiché proprio in questo sta l’aspetto più ostico per l’ignoranza, il fatto che chi non è né buono né bello, né assennato ha la convinzione che tutto gli basti. Pertanto chi non pensa di trovarsi nell’indigenza non può desiderare quello di cui non pensa di aver bisogno”. “E chi sono dunque”, chiesi io, “o Diotima, quelli che si mettono a fare filosofia, se non lo fanno i sapienti né gli ignoranti?” “Questo”, mi rispose, “è chiaro ormai anche a un bambino, e sono quelli che si trovano in mezzo a questi due gruppi, tra i quali va posto anche Eros. La sapienza infatti, appartiene al novero delle cose più belle, e Eros è Eros riguardo al bello, tanto che è necessario che Eros sia filosofo e, essendo anche filosofo se ne sta in mezzo al sapiente e all’ignorante. Anche di tutto questo per lui è causa la sua nascita, perché il padre è sapiente e ricco di risorse, la madre invece non è sapiente e si trova sempre in ristrettezze. E la natura di questo demone, o caro Socrate, è questa».

Lorenzo Cortesi

 

PLATONE: LA DIVINTÀ PIÙ ANTICA E PIÙ GIOVANE

PLATONE: LA DIVINTÀ PIÙ ANTICA E PIÙ GIOVANE

Simposio (prima parte)

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Platone ha dedicato una della sue opere più importante, Il Simposio (redatto probabilmente tra 380 e il 370), alla celebrazione dell’amore. Pur vivendo in un contesto contrassegnato dal politeismo, Platone per bocca di Fedro (uno dei personaggi del dialogo) ha tentato di far emergere il Dio-Amore al di sopra delle altre divinità, perfino al di sopra di Zeus, il padre degli dei, perché Amore non ha padre: «Eros è un dio grande e meraviglioso, e fra gli uomini e fra gli dei, per molte differenti ragioni e, non come ultima, per la sua nascita. Infatti egli ha il merito di essere antichissimo fra gli dei. Ed eccone la prova: genitori di Eros non ci sono e non vengono menzionati da nessuno, né pensatore né poeta […]. Così, da molte parti viene concordemente ammesso che Eros è il più antico. E in quanto antichissimo, è per noi causa di beni grandissimi». E poche righe dopo viene ribadito lo stesso concetto: «Così io dico che Eros tra gli dei è antichissimo, degno del massimo onore e autorevolissimo al fine dell’acquisto per l’uomo della virtù della felicità sia vivi che da morti».

Ma nello stesso tempo Platone, per bocca di Agatone (altro peronsaggio dell’opera dialogica), sostiene che Amore è anche «il più giovane degli dei; e una prova di questo che dico ce la porta egli stesso, fuggendo in veloce fuga la vecchiaia, la quale, come è noto, è molto veloce, perché si avvicina a noi più presto, di quanto dovrebbe. Eros per sua natura la odia e a lei non si accosta neppure da lontano. Egli sta sempre con i giovani, ed è giovane. E dice bene il vecchio proverbio che il simile si avvicina sempre al simile».

Lorenzo Cortesi

 

SLOTERDIJK: PHILOSOPHISCHE TEMPERAMENTE

SLOTERDIJK: PHILOSOPHISCHE TEMPERAMENTE

dimmi che filosofia scegli e ti dirò che tipo di uomo sei

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Tra le numerosissime pubblicazioni di Peter Sloterdijk vale la pena ricordare Philosophische Temperamente. Von Platon bis Foucault (2009), tradotta in italiano con il titolo Caratteri filosofici. Da Platone a Foucault (2010). Si tratta di un agile testo di un centinaio di pagine, dove l’autore passa in rassegna il carattere dei principali filosofi. Nell’intento dell’autore l’opera avrebbe dovuto essere una sorta di storia della filosofia alternativa.

Peccato che tra i diciannove autori paradigmatici, presi in esame da Sloterdijk, non ci sia stato uno spazio dedicato a personalità di spicco come  Tommaso d’Aquino, Spinoza, Locke, Heidegger, ecc.

Il titolo scelto per questo volumetto rimanda alla famosa espressione di Fichte, che suona in qualche modo così: dimmi che filosofia scegli e ti dirò che tipo di uomo sei.

Lorenzo Cortesi

Vedi anche https://blogphilosophica.wordpress.com/2018/07/25/sloterdijk-critica-della-ragion-cinica/